Lo sterminato movimento cinematografico americano esprime, come in un grande calderone, tutto e il contrario di tutto: Hollywood e l’underground, pellicole commerciali e film d’autore, star incapaci e attori sconosciuti bravissimi, storie tradizionali e linguaggi sperimentali, registi mediocri e cineasti eccezionali. Orientarsi in questo magma non è sempre facile (anche per un critico); comprendere le tendenze espressive, le novità, i fattori veramente significativi è dunque un esercizio complesso. In questo caos, dominato comunque dal potere del soldi e della macchina pubblicitaria, una delle poche certezze positive è senza dubbio David Mamet.
Si tratta di uno dei maggiori commediografi statunitensi in attività. E’ inoltre regista cinematografico solidissimo e, per certi versi geniale. Mamet è un artista della parola e del racconto. E’ un sublime architetto di storie, sempre geometricamente edificate e connotate da fattori oscuri, e talvolta misteriosi. La sua fama, oltre che per i suoi testi teatrali, si è consolidata per la sua attività di sceneggiatore di lungometraggi come Il postino suona sempre due volte (Bob Rafelson – 1981), Il Verdetto (Sidney Lumet – 1982), Gli intoccabili (Brina De Palma – 1987), Vanya sulla 42° Strada (Louis Malle – 1994) e Hannibal (Ridley Scott – 2001).
Come regista la sua cifra poetica ha avuto modo di concretizzarsi attraverso titoli pregevoli, basati su copioni enigmatici, composti sempre da più livelli di lettura, da risvolti segreti ma decodificabili. Il suo capolavoro è senza dubbio Homicide (1991), con la perfetta interpretazione di Joe Mantenga, ma grandi film sono anche La casa dei giochi (1987), La formula (1998), Heist – Il Colpo (2001) e Spartan (2003).
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Lo spessore creativo e culturale di Mamet però si spinge oltre il teatro e il cinema e contempla anche un uso della parola decisamente raffinato sotto il profilo puramente letterario. Il cineasta-drammaturgo è infatti artefice di raccolte di poesie e di libri, a metà strada tra il saggio e l’autobiografia. Quest’ultimo è il caso di Note in margine a una tovaglia (Minimum Fax). Il sottotitolo “Scrivere (e vivere) per il cinema e per il teatro” chiarisce esattamente il senso di quest’opera. E’ un percorso narrativo molto articolato e diversificato composto da scritti nei quali l’autore descrive episodi della sua vita. Ma non si limita ad una rappresentazione del suo universo individuale. Sono infatti i suoi pensieri e le sue considerazioni sull’arte e sulla vita ad assumere un ruolo centrale.
Molto interessanti sono in particolare i capitoli intitolati “Un drammaturgo a Hollywood” e “Gli Oscar”. Nel primo Mamet parla con acutezza del suo lavoro di sceneggiatore e delle difficoltà espressive che si incontrano in questo difficile mestiere. Sostiene il regista: “E’ molto più semplice scrivere bei dialoghi (dipendono dal talento e non richiedono un grande sforzo) che scrivere belle trame”. Stimolante questa affermazione, poiché applicandola ad uno studio attento delle sceneggiature della maggior parte dei film americani ci si può accorgere come questa tendenza sia diffusissima. Ne “Gli Oscar”, Mamet si lancia in una riflessione di tipo psico-antropologica legata al comportamento di quegli artisti che si trovano coinvolti nella cerimonia: “La ragione è stata messa temporaneamente da parte e noi siamo regrediti. Non siamo più individui in grado di autodeterminarsi, siamo diventati bambini. Nostro malgrado, il Rito ha seguito il suo corso e ci ha avviluppati. Facciamo ancora una volta parte della Tribù”.
Note in margine a una tovaglia restituisce al lettore l’immagine di un intellettuale per nulla prevedibile e portato alla decodificazione approfondita della realtà e degli accadimenti. Le sue osservazioni, in sostanza, non sono mai scontate e fanno emergere una lucidità concettuale che spiega anche la solida struttura delle sue opere.
Si tratta di un libro godibile, a tratti anche divertente, un testo che per il tono generale che lo contraddistingue somiglia in maniera palese al portentoso cinema del suo autore.