Nel 2003 Elephant, film di Gus Van Sant, si è aggiudicato la Palma d’oro al Festival di Cannes. E’ stata la consacrazione definitiva di un autore in bilico tra lo star system e una sfera autoriale decisamente alternativa. Nella sua carriera non sono mancate le esperienze puramente hollywoodiane (notoriamente le majors corteggiano gli autori ricchi di talento); nonostante ciò il suo universo creativo ha sempre conservato alcune caratteristiche molto precise, non piegandosi mai totalmente alle condizioni tiranniche del sistema industriale americano. Tali caratteristiche sono molto ben evidenziate nel libro di Andrea Minuz e Giacomo Daniele Fragapane, pubblicato da Onyx Edizioni, dedicato proprio a Elephant. Ebbene, già nel sottotitolo, Logica e circuiti della ripetizione, è indicato il campo di azione all’interno del quale i due critici hanno operato.
Il libro rappresenta uno degli studi più approfonditi apparsi nell’editoria cinematografica italiana degli ultimi tempi. Gli autori hanno agito con certosina e puntuale attenzione suddividendo il loro percorso in due sezioni: una prima parte totalmente analitica, nella quale si è proceduto alla minuziosa decostruzione delle sequenze del film, e una seconda, invece, nella quale, una volta metabolizzati i fattori prettamente narratologici, è stato dato ampio spazio alla questione della forma, e dunque alla decifrazione in chiave interpretativa del corpo del film.
Ne è venuto fuori un lavoro estremamente articolato in grado di mettere a fuoco la natura labirintica della pellicola e il complesso uso dei tempi narrativi effettuato da Gus Van Sant. Su tale argomento si innesta il discorso relativo alle immagini che secondo quanto scritto da Giacomo Daniele Fragapane “…non dicono nulla su quanto rappresentano. Paradossalmente la loro ricchezza, la loro profondità è anzi tutta nella capacità che hanno di innescare il meccanismo ermenuetico della dissezione e della ricostruzione, dello smembramento e della ricomposizione del monstrum…”. Questa riflessione, oltretutto, è la logica evoluzione di un passaggio precedente nel quale si parla di “piattezza, di chiusura dell’immagine a ogni possibile via di fuga nell’immaginario”.
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Ci sembra che i brani sopraindicati rappresentino il fulcro critico di questo testo, che ha il pregio di decodificare l’architettura del cinema di Van Sant e di rivelare il mondo espressivo di un cineasta che si manifesta in genere all’interno di una concezione del racconto filmico apparentemente indefinibile ma in verità molto rigorosa, e addirittura limpida. E tale concezione viene chiarita anche grazie ad un’altra intuizione critica che trova la sua concretizzazione nella definizione di “suspence percettiva”, elemento “basato sulla costante dilazione delle attese appena percettibili avvertite come tensioni latenti”.
Altro aspetto che illumina ulteriormente la figura del regista di The Last Days è quello che viene definito “ il risultato dell’attenta lettura di uno dei corpus fotografici più importanti degli ultimi anni”, cioè il contatto tra Elephant e la cifra creativa del fotografo William Eggleston. Fattore fondamentale, questo, poiché permette di collocare il lavoro di Van Sant nell’ambito delle arti visive contemporanee, dimostrando quanto cinema e fotografia facciano parte di un complesso intreccio di linguaggi simili e sempre più strettamente connessi tra loro.