Il Novecento è stato il secolo in cui si sono sviluppati, in maniera quasi pirotecnica, i linguaggi audiovisivi. In special modo, nella seconda parte del secolo scorso le innovazioni tecnologiche, e poi l’avvento dell’elettronica e del digitale, hanno contribuito a cambiare il sistema linguistico alla base della creatività visuale; e insieme al sistema linguistico è mutato anche il modo di fruizione da parte dello spettatore.
Il fenomeno più stimolante, che con sempre maggiore frequenza si è verificato fino a diventare pressoché strutturale, è stato quello della commistione dei linguaggi, e ancor di più quello dello sconfinamento dei dispostivi espressivi audiovisivi nella sfera della rappresentazione teatrale. Cinema e teatro hanno finito, in qualche caso, per trovare una sorta di terreno comune. Il cinema si è infiltrato, dunque, nello spazio scenico.
Ma non solo, ha anche influenzato i percorsi creativi di autori teatrali i quali hanno ri-costruito un linguaggio comunicativo assolutamente moderno. Che dire poi di quegli uomini di spettacolo che sono passati durante la loro carriera dal teatro al cinema, trovando miracolosamente di volta in volta una dimensione poetica, formale ed espressiva valida e pertinente ai contenuti che volevano manifestare?
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Di tutti questi significativi argomenti, si occupa il libro intitolato Frammenti d’immagine, il cui sottotitolo, “Scene, schermi, video per una sociologia della sperimentazione”, contribuisce a chiarire la linea analitica seguita dall’autore Alfonso Amendola, studioso di sociologia della comunicazione e delle culture d’avanguardia, nonché ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno.
Frammenti d’immagine è certamente un testo per addetti ai lavori ma è basato su una libertà di argomentazione che influisce molto sul buon esisto della fruizione individuale. La progressione quasi cronologica di questo studio, in realtà, è molto meno rigida di quanto possa sembrare all’inizio della lettura, poiché l’autore sa soffermarsi sui particolari e sa prendere strade impreviste, con la curiosità tipica dello studioso che continua sempre a ricercare.
Due sono gli esempi di uomini di spettacolo capaci di sperimentare sia il linguaggio teatrale che quello del cinema che più ci hanno colpito: Rainer Werner Fassbinder e Carmelo Bene. Del primo si sostiene: “Il primario interesse del lavoro teatrale e filmico di R.W.F. consiste in quello che da più parti è stato definito il sottile intrattenimento con l’ossessione, la malattia.” Del secondo si dice: “In maniera assolutamente limpida e naturale C.B. decide di fare cinema (di fare IL cinema), regalando agli spettatori di tutto il mondo un rarissimo esempio di contaminazione culturale e stilistica…”.
Intorno a queste due riflessioni viene raffigurato, dall’autore del libro, lo spessore di questi due artisti, che con le loro provocazioni e la genialità dei loro lavori, hanno contribuito all’evoluzione dei linguaggi artisti del Novecento. Da notare, infine, come il capitolo pre-conclusivo (intitolato “Falso Movimento, o della sperimentazione a Napoli”) sia dedicato al gruppo guidato dal regista Mario Martone verso la fine degli anni settanta. Un altro caso lampante di continuo passaggio dal teatro-al cinema-al teatro e di alta sperimentazione, tra tavole del palcoscenico e universo audiovisivo.