Costruito come un insieme di saggi su un singolo film, questo smilzo volume su Robert Zemeckis, si apre con una interessante introduzione del curatore Gianni Canova in cui si cerca di dare un posto al cinema e alla estetica del regista. Creatore di film in cui la presenza tecnologica è molto forte non solo quantitativamente ma anche nel suo precipitato “vitale”, in quanto capace cioè di ridefinire i contorni del visibile oggi, Robert Zemeckis ci appare, anche ad uno sguardo superficiale come un autore "dopo".
Dopo la grande generazione degli anni settanta che ridefinì l’industria hollywoodiana introiettandovi un altro tipo di immaginario, di rapporto con il pubblico, di sensibilità e di temi. Forse anche per questo Canova svolge il suo discorso partendo dall’asserto, seppur dubitativo, che il nostro non sia un autore, giacchè il suo operare non rientra nel recinto specifico così come è stato definito dalle nouvelle vague.
Ma al contempo il suo fare cinema non sarebbe comprensibile senza l’apporto consistente di due personaggi del calibro di Spielberg e Lucas. Però il problema rimane, specie se si fa caso (come spiega Luisella Farinotti nel suo saggio su Le verità nascoste) alla scomparsa del suo nome dai titoli di testa del film, parallelamente alla comparsa del marchio da parte della casa di produzione. Ne è passata di acqua sotto ai ponti da quando si faceva la battaglia - magistralmente rievocata da Peter Bogdanovich in Who the Devil Made It? - per apporre il nome del regista come unico autore nei materiali promozionali dei film!
Eppure riconosciamo il marchio di fabbrica di Zemeckis nella piuma che ondeggia in Forrest Gump, ma è come se questa sensibilità si esprimesse attraverso altre strade, anzitutto per via tecnologica dice Canova, per “una ridefinizione dello statuto dell’immagine filmica che vada nella direzione del meticciato e dell’ibridazione.” La sua domanda, di fronte alla saturazione di immagini offertaci dall’industria culturale, è quella se sia possibile tornare a creare mondi.
Crede nelle immagini Zemeckis, nonostante tutto, è anzi convinto che oggi ci servano più degli oggetti, per questo fa disegnare i baffi al pallone da pallavolo Wilson nella sua riscrittura del vagabondo degli oceani Cast Away.