In questi mesi si è segnalata nell’attività editoriale italiana una coincidenza non trascurabile: l’uscita di una serie di lavori, romanzi, spettacoli, documentari, film, in cui è protagonista più o meno esplicito Adolf Hitler. Si potrebbe partire da Le Benevole, il best-seller di Johnathan Littell in cui protagonista è un SS, per segnalare un approccio diverso alla materia, imperniato sull’immedesimazione nel male assoluto come ebbe a definirlo il penultimo papa, o anche Moloch per dirlo con il titolo di un film di Sokurov.
Un simile atteggiamento lo abbiamo potuto riscontrare nel libro di Giuseppe Genna appena uscito per Mondadori, un volume di ben 600 pagine in cui, attraverso brevi paragrafi elaborati come flash, fulminanti, perentori, si attraversano più o meno puntualmente tutti gli snodi fondanti la carriera del dittatore, dalla gioventù tormentata e povera all’esperienza della prima guerra mondiale, i vagabondaggi da barbone lungo la Vienna pre e post-asburgica, l’impossibile tentativo di diventare un pittore “serio”, e così via.
La narrazione è lineare, si parte dall’inizio e si arriva alla fine, ma ad un certo punto, dopo una prima parte fruita abbastanza velocemente, ci si inizia a chiedere cosa aggiunge quest’opera alla nostra conoscenza dell’argomento, quanto ci sia di letterario, cioè di artistico, cioè di ulteriore rispetto alla cronaca e conseguentemente alla storia, in questo tentativo certo ambizioso, ma della cui “utilità” si debbono effettuare con circospezione tutte le verifiche del caso.
La struttura del racconto è basata, ci è sembrato, su due elementi, la ripetizione di alcuni motivi, ogni volta che Hitler si avvicina ad una donna finisce per scostarsene subitaneamente perché “la sua sposa è la Germania”, e la scelta di una costruzione “orizzontale”, con periodi a volte brevissimi, staccati uno dall’altro come sequenze di una sceneggiatura, abolendo coscientemente ogni articolazione del discorso, dunque ogni tipo di approfondimento che sia psicologico, storico, politico, o altro ancora.
C’è narrazione, fluidità, scorrevolezza, qualche immagine riuscita, ma non c’è letteratura, desiderio di comprensione e sublimazione del materiale d’origine in qualcosa d’altro e di diverso, di ulteriore appunto, di un nuovo ordine dato alle cose ed ai fatti. Allora, ci si perdoni la brutalità, conviene tornare a leggere la monumentale biografia di Fest. Oltre al discorso sulle caratteristiche dell’oggetto fabbricato da Genna ci si deve anche chiedere che cosa ha prodotto in lui come in Littell la consapevolezza di avere via libera nel trattare un qualcosa di fronte al quale generazioni diverse si erano arrestate.
Si può dire che c’era stato il capolavoro di Syberberg, alcuni testi drammatici di Georg Tabori, ma in nessuno di questi la materia era stata affrontata con la libertà di Genna e di Littell, che arriva addirittura nel finale del suo libro a muovere verso il ridicolo quando il protagonista assalta con un morsetto il naso del Fuhrer. Ma appunto è una libertà che non porta alcun frutto concreto al lettore, è ripetizione senza differenza, per parafrasare Deleuze, senza rischi di compromissione né di rivalsa etica, un pareggio annunciato.
Il film di Syberberg aveva un titolo già molto esplicativo di per sé dell’intera operazione, Hitler. Un film dalla Germania, per rendere manifesta la dialettica tra un uomo ed una tradizione, filosofica, culturale, storica. Qui c’è solo Hitler, inteso come figura astorica da prendere di petto senza più timori né complessi, per scriverne ancora una volta, non riscriverne, la vicenda.
In questi giorni però è disponibile anche un altro tipo di operazione, La donna che amava Hitler, la novità di questo documentario risiede anzitutto nella qualità dei materiali che ci offre: si tratta di una serie di filmati realizzati dalla stessa Eva Braun, si dice in risposta alle ammalianti riprese della Riefensthal che apertamente detestava, al Berghof, la residenza privata del Führer sulle Alpi Bavaresi, in un paradiso incantato.
Questi materiali furono sepolti qui da Eva poco prima di fuggire a Berlino per vivere insieme a Hitler gli ultimi giorni, nella follia della Cancelleria. La 2° divisione francese ed i paracadutisti americani li presero e al sicuro sono rimasti per molti anni, vederli oggi non aggiunge nulla o quasi sul piano macrostorico ma certo molto su quello biografico individuale. La data di inizio è il 1937, la pellicola AGFA ci restituisce un colore smagliante, più dei coevi esperimenti americani.
Con questa piccola cinepresa a mano Eva filma ogni momento del ritiro del carnefice a cui votò la sua vita. C’è il fotografo ufficiale, Heinrich Hoffmann, il medico, il pupillo Speer, la cagna Blondie a cui lui dedica gli unici gesti di bontà, carezze, sguardi affettuosi. Sono principalmente immagini estive, quando il sole bagnava queste montagne e i gerarchi venivano qui con le loro famiglie numerose a prendere l’aria buona.
La ragazza si sente libera di mostrare il proprio corpo quando non è dietro la cinepresa, gioca a ping pong in costume, gioca con il figlio della segretaria del Fuhrer, sorride, inquadra con sguardo voluttuoso una procace ragazzona dalle gambe lunghissime e le curve abbondanti. Le immagini, montate da Isabelle Clarke e Daniel Costelle, ci restituiscono sorprendentemente quella spensierata vacuità di un castello e dei suoi cortigiani, le frivolezze e l’esibizionismo dimentichi dell’orrore in cui milioni di persone versavano, ma soprattutto il mistero di una ragazza innocua e impenitente come tante se ne vedono oggi, desiderosa di fare la bella vita e indossare bei vestiti, vicino a quell’anziano caporale austriaco diventato tanto potente.