Doveva essere Arnold Schwarzenegger ad interpretare il personaggio ideato da Richard Matheson e celebrato nello straordinario romanzo di culto, Io sono Leggenda.
Oggi, invece, diretto da Francis Lawrence in una sceneggiatura scritta dal produttore Akiva Goldsman è Will Smith l'eroe di questo film di fantascienza che per quasi quattro quinti è un vero e proprio capolavoro del genere fino ad arrivare ad un finale diverso rispetto a quello del libro di culto di Matheson.
"Come attore cerco di fare delle scelte, spesso, non convenzionali. Qualche volta sei fortunato, altre lo sei di meno. Oggi, grazie al cielo, posso dirmi davvero soddisfatto e di avere pienamente condiviso le decisioni che insieme ad Akiva e a Francis abbiamo portato avanti. Certo, alle volte, una cosa che funziona negli Stati Uniti non piace in Europa, eppure credo che la cosa più importante sia stata quella di cercare, come sempre, di sorprendere il pubblico." ci spiega Smith che vedremo prima in Hancock dove interpreta quello che lo stesso Smith definisce come 'un supereroe alcolizzato' e un po' 'sfigato' e poi, l'anno prossimo, in Seven Pounds il nuovo film in cui reciterà, diretto da Gabriele Muccino. "Ci siamo molto divertiti per La ricerca della felicità." dice "Sono certo che torneremo a 'fare la storia' insieme con il nuovo film. Adoro Gabriele!"
Io sono Leggenda inizia nel 2009 quando una scienziata inglese interpretata da Emma Thompson annuncia di avere trovato una cura virale per il cancro, basata sul principio del morbillo. Tre anni più tardi, Robert Neville (Will Smith) è l'ultimo uomo sul pianeta, circondato da milioni di esseri umani trasformati in mostri da un effetto collaterale imprevisto di una cura che ha messo la parola fine alla storia dell'umanità.
In una New York deserta e silenziosa, Neville conduce una vita fatta di ricordi insieme al suo adorabile cane lupo Samantha: Robert è un miliare, ma anche uno scienziato alla ricerca di una cura che possa cambiare le cose e trasformare i cosiddetti 'cacciatori della notte' di nuovo, in esseri umani. Mentre nella sua silenziosa e addolorata quotidianità è accompagnato dal suo cane e dalle note ottimistiche di Bob Marley che canta "Every little thing will be alright" , Neville diventa progressivamente consapevole di una scoperta terribile: essere, ormai, una leggenda tra i suoi nemici.
Cosa l'affascinava del romanzo di Richard Matheson?
La sua idea molto specifica di concentrare la narrazione su una paura umana quasi primordiale: il terrore di restare soli e minacciati. Cosa farei se restassi da solo senza nessuno da amare e senza che nessuno si occupi di me? Non solo: che cosa c'è lì fuori nel buio che vuole farmi del male? Perfino un bambino di tre anni può relazionarsi molto facilmente a queste paure molto 'basiche'. E' un qualcosa di 'programmato' nell'umanità. Così sono rimasto particolarmente attratto dal potere fare di questo film, in un certo senso, una piéce intimista. Siamo stati subito tutti d'accordo sul concentrare la narrazione sul mio personaggio. Una figura solitaria, avvolta nel contesto produttivo di un grande blockbuster. Sono rimasto molto intrigato da questa possibilità sin da subito.
Il finale del romanzo è molto differente da quello del suo film che è, invece, aperto alla speranza...
Ero affascinato dall'idea che qualcosa che muore possa anche rinascere. Io non credo che si possa definire come 'pieno di speranza' il finale del film. Credo che si tratti, piuttosto, di qualcosa di 'veritiero'. Si tratta di verità e non di speranza. Ci siamo rifatti a qualcosa che accade nel nostro universo: non esiste la distruzione totale, ma da qualcosa che muore c'è necessariamente sempre la rinascita di qualcos'altro. Lo ripeto: si tratta di verità e non di speranza.
Non crede che - nel finale - sia la fede e non la scienza a prevalere?
Sinceramente no. Mentre mi preparavo per questo film e, soprattutto, per rendere al meglio il suo elemento scientifico - spirituale il libro che mi ha influenzato di più è Il tao della fisica di Fritjof Capra: è tramite questo saggio che ho trovato la connessione più stretta al mio personaggio.
Capra dice che la scienza e la religione sono separati, ma che i due opposti coincidono in una visione circolare dell'esistenza. Quando raggiungi la fine dell'una e dell'altra ti trovi allo stesso posto. Le uniche persone che comprendono al meglio come funziona l'Universo sono gli scienziati che hanno toccato i confini della scienza e i mistici che hanno riflettuto con grande profondità: entrambi hanno trovato la verità. Né scienza, né religione prevalgono. Per me, alla fine, coincidono come nel finale di Io sono Leggenda.
Robert Neville è un'altra figura drammatica che lei aggiunge alla sua carriera: quanto le costa portare sullo schermo personaggi così lacerati?
Il mio spazio emotivo personale è carico di energia: mi piace divertirmi, fare ridere e - soprattutto - fare stare bene gli altri. Non è solo altruismo. Egoisticamente è lo stato emotivo che prediligo anche per me stesso. E' un bisogno disperato di energia positiva per me stesso. Odio sentirmi circondato di una tensione negativa intorno a me. Interpretare Robert Neville significa riuscire a mantenere alta la propria energia quando sei lontano dalla macchina da presa. Anni fa ho fatto Sei gradi di separazione. Come attore sono rimasto spaventato dal fatto che mi sono perso nello spazio emotivo del personaggio e ascrivo a quel film la colpa della fine del mio primo matrimonio e del mio divorzio. Da allora non permetto mai a personaggi animati da sentimenti negativi di seguirmi fino a casa la sera. Non mi piace che il mio lavoro segni tanto drasticamente la mia vita privata. Sono molto vigile riguardo all'essere pronto a tornare in me, immediatamente dopo che il regista ha dato lo stop alla macchina da presa.
E' molto interessante l'idea di Bob Marley come quella di un 'virologo' dell'amore: una persona che ha voluto contaminare le tenebre con la luce...
E' stata una mia idea, nata per caso. Una sera stavo 'googlando' Io sono Leggenda su Internet e la prima voce era Legend di Bob Marley, peraltro, uno dei miei dischi preferiti. Non ce l'avevo a portata di mano così lo scarico da I-Tunes e ascoltando le parole sono rimasto sorpreso di quanto fossero adatte a commentare la storia che stavamo per raccontare. Le idee e i temi di quel disco erano assolutamente perfetti per il nostro film. Ne ho parlato con lo sceneggiatore e produttore Akiva Goldsman che, così, qualche giorno dopo ha aggiunto la scena del monologo relativo a Bob Marley. Parole talmente ispirate di cui lo ringrazio perché nella vita di un attore è raro potere interpretare un monologo tanto straordinario.
Parliamo degli effetti speciali...
Hanno rappresentato, veramente, una marcia in più per portare alla luce il mondo senza esseri umani immaginato da Matheson. L'effettistica visiva è quella che ha fatto anche la differenza con i precedenti adattamenti cinematografici del romanzo. Sono stati questi a dare l'idea che New York fosse completamente desolata. Oggi la tecnologia è così avanzata che non hai più bisogno di usare troppo il blu e il green screen. Puoi recitare la tua scena con un attore in uno spazio reale che, poi, viene rimosso dal computer. Per un attore oggi è molto più semplice anche solo rispetto a quando ho girato Io, Robot, riuscire a catturare una vera performance. All'epoca gli effetti visivi rendevano molto più complicato per un attore fare al meglio il proprio lavoro.
Io sono Leggenda è carico di citazioni, ma un elemento molto divertente è il poster dell'ipotetico Batman contro Superman che si vede campeggiare su Times Square...
Il produttore e sceneggiatore Akiva Goldsman che, tra l'altro ha scritto anche Batman Forever e Batman & Robin, ha trovato molto divertente inserire il manifesto di Batman contro Superman senza dirlo alla Warner che lo ha scoperto quando, ormai, era troppo tardi per toglierlo...