Da molti spesso considerati come i due wonder boys del cinema italiano, Marco e Antonio Manetti sembrano avere raggiunto la maturità artistica con un piccolo, grande film intitolato Piano 17. Una produzione da poche decine di migliaia di Euro in cui tutti gli attori, i tecnici e gli stessi Manetti hanno investito loro stessi dimostrando che fare un altro tipo di cinema in Italia è possibile. Non solo sul piano produttivo, ma anche strettamente artistico, perché Piano 17 è un noir claustrofobico, dinamico e postmoderno interpretato da un cast in stato di grazia che annovera i nomi di Giampaolo Morelli, Enrico Silvestrin, Elisabetta Rocchetti, Carmen Giardina, Antonino Iuorio, Giuseppe Soleri e una partecipazione straordinaria di Valerio Mastandrea e Massimo Ghini.
Tutti attori che hanno creduto fortemente in un progetto interessante ed estremamente ricco sul piano artistico e produttivo, in virtù dei tanti talenti che sono stati polarizzati verso la riuscita di questo film, successivo di qualche anno al deludente Zora la vampira. Dimostrazione di come i grandi cineasti quali sono i Manetti sappiano imparare dai propri errori per tornare a sorprendere il pubblico.
Qual è stata la genesi di Piano 17? Giampaolo Morelli ci ha raccontato un soggetto molto interessante che raccontava la storia di tre persone chiuse in un ascensore con una bomba che sta per esplodere. Noi, invece, avevamo nel cassetto una vecchia storia di un gangster che - in qualche maniera - indaga su alcuni delitti che era collegata ad una rapina in banca. Fondendo queste due trame è uscito fuori Piano 17. Un film costato 65.000 Euro e realizzato con l'impegno di tutte le persone che hanno lavorato, diventate, automaticamente, anche produttori. Il valore complessivo del progetto, però, supera i 350.000 Euro. Va detta poi una cosa: i numeri non danno l'idea della grande ricchezza messa a nostra disposizione con la piena collaborazione e la passione di tutti. Cose che - la maggior parte delle volte - il denaro di una produzione non può comprare.
Come avete girato questo film? Con una Sony HDV: una telecamera che costa 4.000 Euro. Il risultato ha sorpreso molto anche noi. Prima di lavorare su Piano 17 abbiamo utilizzato questa macchina in due cortometraggi, girando la stessa scena prima con la DV e poi con l'HDV che era appena uscita. Abbiamo trasferito entrambe le sequenze in pellicola e - alla fine - la qualità dell'immagine è stata letteralmente sorprendente in favore della seconda. E' un tipo di ripresa che si avvicina molto alle possibilità offerte dalla pellicola. Poi abbiamo speso 18.000 Euro per il passaggio dal digitale in pellicola e per questa operazione siamo stati aiutati da uno sponsor. Girare un film a basso budget è ormai una necessità nel cinema italiano, con i tempi che corrono al box office. Produttori e distributori non dormono certo sonni tranquilli e il basso budget significa che puoi fare il film che vuoi, il tipo di cinema che vuoi, che puoi gestirti da solo, creando meno ansie intorno a te.
Come avete costruito la narrazione? Il film è lineare anche se è pieno di flashback: abbiamo pensato ai personaggi seguendo i temi e lo stile del film di genere. Abbiamo cercato di dare a tutti i personaggi la propria motivazione all'interno degli schemi del noir e del thriller. Siamo stati molto aiutati dal fatto di potere scrivere sugli attori. Nessuno di loro, nella vita, assomiglia al suo personaggio, ma quello di loro che avevamo visto sullo schermo ci aveva ispirato per cesellare i loro ruoli in una certa maniera. Il personaggio di Borgia, ad esempio, interpretato da Antonino Iuorio è stato costruito anche su alcune cose che ci aveva detto lui in occasione di un Festival di Courmayeur. Elisabetta Rocchetti, invece, ci ha ispirato per il suo personaggio con l'interpretazione ne Il ritorno del Monnezza. Siamo stati ispirati dalla sua immagine di attrice. Per gli altri, invece, è stato più facile perché abbiamo costruito i loro ruoli su attori che avevano già lavorato con noi.
Piano 17 pieno di riferimenti alla cultura pop e di 'inside jokes'... La vera cultura pop è quella che ci caratterizza di più. Ci piacciono cose che sembrano appartenere più ad una realtà internazionale che italiana e per questo motivo abbiamo voluto diluirle all'interno della narrazione...
L'idea di avere un gangster filosofo da dove nasce? Avete scelto un linguaggio insolito per il cinema di genere... Più che un filosofo il protagonista è un detective. Mancini, il personaggio di Giampaolo Morelli, nell'idea originaria, è una sorta di Sherlock Holmes postmoderno. Del resto anche Holmes è un po' filosofo... Alla fine anche se Piano 17 non è più un giallo questa caratteristica dell'intuizione rimane al protagonista per usarla più sul piano umano che su quello del thriller...
Da dove nasce l'equilibrio di questa sceneggiatura? E' una crime story in cui ci interessava sottolineare l'elemento serio sfuggendo un po' al retaggio della commedia all'italiana. Ci sono dei momenti più comici e ironici, perché questi sono profondamente connaturati al nostro lavoro e - in un certo senso - fanno parte del genere, ma abbiamo cercato di mantenere la narrazione sempre molto 'secca' ed essenziale.
Sponsor
Nel vostro lavoro sembrate amare molto gli attori... Nel corso del tempo abbiamo imparato a usare gli attori per narrare al meglio le storie che desideriamo raccontare. Gli attori sono l'elemento più importante per la riuscita di un film e cerchiamo di parlare molto con loro, creando un dialogo, poi sul set li lasciamo molto liberi. Il nostro lavoro è soprattutto nel casting e nella motivazione prima delle riprese. Poi durante le riprese rispettiamo le loro decisioni. Il compito di un regista è soprattutto nella scelta degli interpreti. Non siamo maniacali...
Piano 17 è un film di grande appeal... Se lo è, come tutti speriamo, questo è successo, perché il nostro lavoro non è quello di andare incontro al pubblico, ma fare i film che - come spettatori - ci piacerebbe vedere al cinema. Noi vogliamo comunicare al pubblico le nostre idee e le nostre fascinazioni. Certo, sappiamo che il nostro cinema può risultare di nicchia, ma - alla fine - speriamo di riuscire a interessare gli spettatori...
C'è un'evidente evoluzione artistica da Zora la Vampira... Sì, siamo cresciuti molto. Non dal punto di vista della tecnica, ma sicuramente sotto il profilo del sapere raccontare. Siamo ancora convinti della grande qualità della sceneggiatura di Zora e ci crediamo ancora, ma - forse - all'epoca non eravamo ancora pronti ad affrontare un film così difficile. Siamo estremamente grati a Carlo Verdone che ci ha donato una grandissima interpretazione. L'unico dubbio che ci rimane è che - forse - avremmo dovuto scegliere il basso profilo. Forse se avessimo potuto affrontare oggi quel progetto, con gli stessi mezzi a disposizione, il risultato sarebbe stato diverso.
Potreste rimontarlo... Chissà, questa potrebbe essere un'idea: era oltre due e un quarto e prima dell'uscita lo abbiamo accorciato molto. Il materiale c'è...
Parliamo della colonna sonora di Pivio & Aldo De Scalzi... Le sonorità elettroniche e moderne che sono state sviluppate per questo film hanno contribuito a rendere più dinamica e di più ampio respiro la narrazione. Pivio & Aldo De Scalzi sono due artisti straordinari con cui ci troviamo in piena sintonia, che ci hanno dato le musiche prima della fine del montaggio in modo da consentirci il lusso di montare sulla colonna sonora finale.
Piano 17 è un film di grandissima qualità, ricco di suggestioni e di dettagli... Abbiamo messo tutti noi stessi in questa storia, inserendo elementi della nostra vita privata come le magliette di Space Invaders o i venditori di calzini che ci assaltano appena usciamo dal nostro ufficio.Ogni cosa è - in un certo senso - vera e vissuta sulla nostra pelle in una crime story completamente inventata. Una contaminazione che ci è piaciuto molto realizzare in questa maniera e che sta già influenzando il nostro lavoro del futuro.