La strada di Levi, dopo il buon riscontro ottenuto alla Festa del Cinema di Roma, esce nelle sale accompagnato dal messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che invitato all’anteprima torinese ha dovuto rinunciare per altri impegni ma ha ricordato con affetto la figura di Primo Levi e “quel giorno di tanti anni fa in cui ebbi in mano, per la prima volta, Se questo è un uomo. Poi venne, dopo una lunga attesa, La tregua, ricco di tante impreviste suggestioni”. Il documentario di Davide Ferrario e Marco Belpoliti racconta il viaggio degli autori sui luoghi che il chimico-scrittore internato ad Auschwitz attraversò tra la fine di gennaio e il 19 ottobre 1945: quasi nove mesi per riuscire a ritornare a casa, a Torino, e molti anni per riuscire a narrare tutto ne La tregua.
Ferrario, com’è nato un progetto così particolare e apparentemente piuttosto complicato?
L’idea è stata di Marco Belpoliti, che ha curato per Einaudi molte delle opere di Primo Levi, ed era un’idea davvero affascinante ma che poteva essere realizzata in modi molto diversi. Per prima cosa, cartina e libro di Levi alla mano, abbiamo organizzato un viaggio di sopralluogo da Auschwitz verso Est che ci è servito per maturare il senso del film e cioè capire che potevamo parlare dell’Europa di oggi usando le parole di Levi che sono ancora molto attuali. Le sue parole, la sua scrittura e non la sua immagine che mostriamo solo all’inizio e alla fine del film. Così non abbiamo mai avvertito il problema di trovare immagini per le parole di Levi o viceversa. Le une e le altre erano due strade, due binari paralleli che correvano insieme dall’inizio alla fine, i pensieri di Levi intercettavano sempre le nostre sensazioni. Levi è uno scrittore che scrive da chimico, che non infiora mai quel che dice, ma ha un approccio analitico e una levità che abbiamo cercato di mantenere nel film pur affrontando argomenti penosi come quello dei campi di sterminio, della fine del comunismo, di Chernobyl…
Anche se il film racconta l’Est Europa di oggi, non l’avete trovato così diverso rispetto a quello di Levi?
Noi eravamo partiti credendo di trovare tutto molto cambiato ma invece ci è sembrato tutto molto uguale a com’era raccontato da Levi, scoprendo anzi una terra che è quella che chiamano la grande madre Russia, che c’era anche prima del comunismo e sembra poter esserci per sempre… Poi certo ci sono delle cose in più, come Chernobyl che non c’è ne La tregua, ma si trova a trenta chilometri da uno dei paesi in cui passò Levi, che attraversò proprio la zona che si è beccata la nube radioattiva. Inoltre lo stesso Levi scrisse dell’incidente su “La Stampa” e quindi passare da Chernobyl ci stava sia dal punto di vista geografico sia da quello tematico.
Però nel film si vedono anche giovani che imitano modelli occidentali, e molte persone costrette a emigrare dal loro paese…
Certo, le grandi città si stanno sempre di più occidentalizzando, ma con un grande equivoco di fondo. Il loro dovrebbe essere un muoversi verso l’Europa, mentre in realtà continuano a guardare all’America. Questo fraintendimento crea e creerà forti scompensi. Fuori dalle città persistono le “piccole patrie” e le vecchie tradizioni, che riaffermano se stesse e talvolta diventano rivendicazioni a carattere politico, come è accaduto in Ucraina, e come dicono anche i neonazisti che abbiamo incontrato in Germania. Loro vogliono un’“Europa delle patrie” e non un’Unione Europea e così stanno conquistando sempre più seguito elettorale pur essendo osteggiati da tutte le altre forze politiche… è una situazione un po’ sul filo del rasoio.
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Quale paese l’ha più colpita?
Probabilmente la Bielorussia. Ultimamente salta fuori solo per questioni politiche, quando viene definita da Bush “stato-canaglia”, ma arrivando in quel paese abbiamo subito capito quel che Levi scrisse, che i due mesi passati forzatamente in quella terra lo riconciliarono col mondo dopo un anno di Auschwitz. La Bielorussia non è solo un paese ospitale, ma sotto quel cielo e piantato in quella pianura ti senti di appartenere a un luogo, che è una sensazione stranissima e una grande scoperta per un occidentale di oggi sempre in movimento…
In Bielorussa avete anche avuto qualche problema con i politici locali…
Sì, è accaduto tutto esattamente come si vede nel film: stavamo intervistando il vicesindaco di un paese sotto a delle statue di eroi, e a un certo punto arriva una vecchia 125 e a lui gli è come cambiata la faccia. Era il “responsabile ideologico del distretto”, che come il KGB, che in Bielorussia si chiama ancora così, è una carica rimasta identica a com’era prima della caduta dell’Unione Sovietica. Alla fine l’intoppo è stato per noi anche vantaggioso perché avendo dovuto continuare a girare con la scorta di quest’uomo abbiamo mostrato col suo aiuto proprio quel che volevamo raccontare, la Bielorussia di oggi.
Avete avuto altre particolari difficoltà durante le riprese?
Produttivamente il documentario era stato preparato con cura e col giusto budget, dato che siamo in economia di mercato e che il nome di Davide Ferrario sul mercato di oggi è quotato abbastanza bene… Tra l’altro Dopo mezzanotte è stato anche un incubo per molti autori e piccoli produttori che per due anni si sono sentiti dire da tutti: tagliate i costi, fate come Ferrario: ma la soluzione non è tagliare il costo del lavoro! Avendo quindi potuto preparare le riprese, usare il cinemascope e pagare tutta la troupe, gli unici problemi erano legati per esempio all’assenza di docce calde in certi paesi, come ancora in Bielorussia dove c’è un solo impianto collettivo per ogni città che d’estate viene tenuto spento: solo noi occidentali possiamo pensare che ci serva l’acqua calda per stare bene…
Cosa ne pensa dell’Ukraina ritratta in Ogni cosa è illuminata?
Credo che questi paesi si meritino qualcosa di più del “realismo magico” di Ogni cosa è illuminata, così gradevole per noi occidentali… Le loro storie sono molto più complesse. Ad esempio per la colonna sonora ho voluto evitare la world music o qualsiasi effetto etnico preferendo ricorrere a gruppi locali come “I Fratelli Karazamov”, che è il loro vero nome e che ho scoperto per caso a Leopoli. Fanno blues e rock e vorrei tanto riuscire a portarli in Italia...
A che pubblico pensa che il film possa rivolgersi?
Nei festival in cui finora abbiamo presentato il film, da Roma a Gerusalemme, a Toronto ad Amsterdam, le sale erano sempre gremite, anche perché il nome di Levi è conosciuto in tutto il mondo. Il pubblico cui mi sembra che interessi di più non è però quello dei giovanissimi quanto piuttosto quello dei trenta-cinquantenni colti. Noi vorremmo arrivare anche ai più giovani ma non mi faccio illusioni, anche se il delegato alla produzione Rai vedendo il primo montaggio mi disse: “Questo è un documentario rock!”. Spero che il film sia una bella sorpresa, perché parla anche di oggi, so che il pubblico è più curioso di quanto si creda e ho grande fiducia nel riscontro commerciale del film. Usciamo prima nei quattordici capoluoghi principali, sperano che nelle settimane successive ci sia possibile arrivare anche in provincia, a seconda dei risultati dei primi weekend.
È molto raro che in Italia un documentario venga ben distribuito sul grande schermo, è un esperimento che vorrebbe vedere più spesso?
Certo, la nostra è anche una sfida al mercato, perché in Italia non mancano le idee di qualità e non si è mai smesso di fare buoni documentari. Il problema è proprio riuscire a vederli e a farli vedere… Perché un bel lavoro come L’udienza è aperta di Vincenzo Marra non esce nei cinema? È passato a Venezia, tutti ne hanno parlato bene, ma io sono riuscito a vederlo solo al festival di Toronto!