Il quinto Rolling Stones
Appena sbarcati a Berlino, in conveniente ritardo rispetto al programma, hanno preso possesso con sicurezza del minipalco adibito alle conferenze stampa senza bisogno di moderazione: al festival i Rolling Stones si presentano in cinque, e con un nuovo elemento di nome Martin. L’incontro dei giornalisti con Scorsese e il gruppo mette infatti in risalto l’ottimo affiatamento tra l’uno e gli altri, e non è un caso che il regista sia presente in prima persona nel suo Shine a light, seguito dalle videocamere da lui stesso coordinate nel difficile lavoro di progettare tecnicamente le riprese dello show della più grande live band della storia, realizzate a conti fatti da ben diciassette diverse cineprese.
Nel film-concerto non mancano poi altre “guest star” invitate sul palco dagli Stones, tra cui segnaliamo il bluesman Buddy Guy, Christina Aguilera e Jack White (dei “White Stripes”), e una serie di brani tra i meno suonati dalla band, dedicati ai loro veri fans, quelli che lo scorso ottobre riuscirono a partecipare alle due indimenticabili serate-concerto organizzate a New York anche per il 60° compleanno di Bill Clinton, che compare a introdurre lo spettacolo. “È probabilmente l’unico film di Martin in cui non c’è Gimme Shelter”, scherza Mick Jagger, e con lui tutta la band (per un nanosecondo anche Charlie Watts) gigioneggia e strappa applausi come da copione: “Suonare su di un palco o recitare in un film è sempre una performance”, puntualizza ancora Mick e si sa che è ormai una regola degli Stones che lo show debba continuare di anno in anno senza fermarsi: il volto di Keith Richards non lascia dubbi sulla capacità del gruppo di superare questi e altri limiti.
Ma lasciamo la parola al regista, che dopo The Last Walz (1978) dedicato al gruppo “The Band” e No direction Home: Bob Dylan (2005) è tornato a confrontarsi con il difficile compito di “filmare” la musica, e che ha annunciato un nuovo progetto dedicato a Bob Marley, complice la famiglia dell’artista. Erano molti anni che Scorsese non partecipava a questo Festival:
“È un gran piacere tornare a Berlino. Ci sono stato per l’ultima volta nel 1981, un sacco di tempo fa, con Toro Scatenato e da allora non sono più riuscito a tornare personalmente, anche se alcuni altri miei film sono passati di qua. Tornare oggi è per me doppiamente un grande onore anche perché è la prima volta in tutta la storia del festival che il film d’apertura è un documentario!”
Qual è il suo rapporto con la musica degli Stones, che ha già usato in molti suoi film?
La musica ha certamente una parte importante nella mia vita, e il sound, i testi, le voci, tutte le sensazioni che mi ha dato la loro musica sono alla base di quasi tutti miei film, da Mean Streat, e anche prima, a Toro Scatenato, a Casino, a The Departed. La natura della musica è qualcosa che mi ha sempre ispirato moltissimo in tutti questi anni ed è, per me, qualcosa senza tempo. Questo vale anche per le canzoni dei Rolling Stones che negli anni ’60 ho sentito attraverso i dischi, ho cantato nella mia testa, ho visto comparire in televisione all’Ed Sullivan Show, e lì si trattava sempre di clip piuttosto brevi di singole canzoni. E così per molti anni non ho avuto l’occasione di vedere gli Stones suonare dal vivo, e quando ho infine avuto questa possibilità è stata un’esperienza davvero molto potente… e ho subito e sempre avuto voglia di avere una cinepresa con me!
E come ha cercato di raccontare la loro musica in questo film?
Come dicevo, ogni volta che ho sentito la loro musica mi ha sempre fatto venire alla mente un sacco di immagini, ho sempre pensato di metterla in uno o in un altro dei miei film. E dopo quarant’anni l’ho messa tutta in Shine a light col quale il mio intento era quello di “catturare la performance” del gruppo, di possedere quest’oscuro oggetto del desiderio. L’intero processo di realizzazione del film è stato un gran divertimento: le riprese, il montaggio, tutte le fasi sono state un’occasione continua di sperimentare e di fare uscire fuori da me stesso una grande energia creativa…
Filmare un concerto è però un lavoro che deve fare i conti con un sacco di limitazioni creative…
Forse è vero, ma è proprio quella la sfida che volevo affrontare. Ho cercato in ogni modo di restituire sullo schermo l’esperienza di un concerto live, di avvicinarmi il più possibile alla temperatura di un live… Tutti i tagli di montaggio e i movimenti di camera che ho realizzato sono qualcosa di creativo che ha una sua energia e che dà vita a una sorta di coreografia del film, che in qualcosa sarà certamente diverso dal live vissuto da uno spettatore del concerto ripreso. Ma per me c’è sempre una poesia anche nel movimento delle macchine da presa, credo possa essere qualcosa di emotivo che in questo caso ti avvicina all’esperienza di un live
Come ha scelto il titolo del suo film?
È il primo che mi è venuto in mente, e ovviamente amo molto quella canzone, che peraltro era in scaletta al primo concerto dei due che ho ripreso nel Beacon Theatre di New York. Questo teatro ha una sala fantastica che ci ha permesso di illuminare e riprendere la band dall’inizio alla fine dello show senza quasi che loro se ne accorgessero.
Nel film si vedono anche molte delle difficoltà tecniche che ha avuto per lavorare in quel teatro..
L’unica ansia era quella che avevamo costruito tutta una macchina per riprendere la vita e lo spettacolo degli Stones, ma non volevamo che la macchina interferisse in alcun modo con gli Stones, col loro humour e con l’assurdità di cercare di metterli in un film. Ma forse c’è una simile assurdità nel cercare di fare entrare in un film ogni vita…
Però avere la lista dei brani e dei movimenti della band sul palco un po’ prima delle riprese l’avrebbe aiutata…
Dovevo sempre stare pronto con tutte le telecamere a seguire Mick e gli altri e ho ricevuto la lista delle canzoni davvero all’ultimo minuto. In realtà me lo aspettavo, i ragazzi dovevano misurare la temperatura del loro pubblico per decidere esattamente quali pezzi fare e in che ordine… Ma quando hai le camere nei posti giusti e quando sai quale muovere per riprendere ogni angolo del palco e quale è a fuoco su quel musicista, bè, lo show inizia e dopo due secondi è tutto finito e tu ti chiedi: “Oh mio dio! Abbiamo fatto un film?”