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    Penelope Cruz  di Silvia Nugara       Le altre interviste


L'attrice spagnola presenta Elegy alla Berinale

Penelope Cruz arriva a Berlino per presentare Elegy nell’immancabile miniabito nero accompagnata da Sir Ben Kingsley, dalla regista Isabel Coixet e dal produttore Gary Lucchesi. Si concede quel che basta ai fotografi che la coccolano senza eccessi e poi dritta al tavolo delle domande. Tratto da un romanzo di Philip Roth, il film di cui la spagnola è la protagonista femminile, racconta del rapporto tra vecchiaia e gioventù, tra bellezza e minaccia del tempo e della morte. Come in ogni occasione in cui si porta sullo schermo un personaggio che affronta una prova difficile, l’attrice è entusiasta di raccontare la propria esperienza e di smarcarsi da chi le ricorda l’importanza del suo aspetto fisico.

Conosceva il romanzo di Philip Roth prima di girare il film?

Sì, avevo letto L’animale morente appena era uscito sei anni prima, e lo avevo trovato bellissimo. Quando ho saputo che se ne sarebbe fatto un film ho veramente desiderato avere la parte di Consuela. Mi piacciono molto i personaggi di questa storia perché sono complessi e molto difficili da interpretare se non con grande impegno e lavoro. Ho poi letto e riletto il libro e sul set era per me come una Bibbia, lo aprivo e ne leggevo una pagina e scoprivo delle risposte sempre nuove che mi aiutavano a lavorare meglio.

Si è sentita in soggezione nei confronti di un partner come Sir Ben Kinglsey? Come ha potuto resistere al suo sguardo?

Ben Kingsley mi ha messo a mio agio e sentivo di essere libera anche di sbagliare, lavorare con lui è stata un’esperienza straordinaria e no, non ho resistito al suo sguardo, anzi ho cercato di reagire nel modo più naturale possibile e di rispondergli come avrebbe fatto il mio personaggio. In questo ho un po’ imparato da lui che è veramente un attore generoso. Lui incorpora ogni emozione, ogni pulsione, ogni paura e la incanala nel lavoro, è un mostro.

E con la regista?

Avevo visto i suoi film e mi piaceva già il suo lavoro quindi sul set ci siamo trovate benissimo sin dal primo momento, io sentivo di essere al sicuro sul set. Ci capiamo molto bene al di là del fatto di essere due donne e spagnole.


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Il film parla di vecchiaia, di malattia e della perdita della bellezza, lei come affronta l’idea di invecchiare?

Io non vedo l’ora, sono contenta all’idea del tempo che passa e del futuro. Non ho paura di invecchiare, sono solo contenta di fare nuove esperienze.

Come ha preparato il suo personaggio soprattutto in relazione alla malattia che si trova ad affrontare?

Ho incontrato diverse donne che hanno sofferto di cancro, persone straordinarie che fortunatamente stanno bene ora ma che in realtà hanno attraversato esperienze orribili. Alcune di loro venivano sul set e mi hanno raccontato le loro esperienze aiutandomi così a capire cosa succede al mio personaggio quando si ammala. Sono donne forti che non piangono mai quando ti aspetteresti ma che se camminando per la strada magari rompono il tacco di una scarpa ecco che arriva la tempesta e scoppiano a piangere. Lavorare con loro mi ha molto aiutata.

E vero che in passato si è lamentata della difficoltà di cominciare a costruirsi una carriera a prescindere dal proprio aspetto fisico? La pensa ancora così?

Non ho mai detto niente di simile. In realtà io sono molto contenta delle esperienze professionali che ho fatto fino ad oggi. Sono stata anche molto fortunata perché è da quando avevo diciassette anni che continuo a ricevere proposte da registi fantastici che non mi considerano solo per il mio aspetto fisico. Quello di costruirmi una carriera non è stato certo un problema e non voglio proprio spendermi per un dibattito che non mi piace e che non mi riguarda.

Come concepisce questa relazione tra Kepesh e Consuela, le piace il modo in cui il libro e il film parlano dell’amore tra un uomo maturo e una giovane donna?

Ritengo che il film parli di altro, per esempio di paure, la paure di lui e le paure di lei che si trovano a rovesciare un po’ i ruoli. Penso che il loro amore creai semplicemente una situazione difficile che li aiuta ad aprire gli occhi sulla vita.




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