Lezioni di felicità (Odette Toulemonde) segna l'esordio alla regia del celebre scrittore e autore teatrale francese, Eric-Emanuel Schmitt. Una commedia ispirata al 'realismo magico' sullo strano incontro tra una commessa di un grande magazzino innamorata platonicamente di uno scrittore di bestseller in crisi. Una pellicola divertente e poetica, in cui Schmitt distilla una grande fascinazione per la commedia, ma anche per la suggestione derivata dalla recitazione di attori di grande talento come Catherine Frot e Albert Dupontel.
Le musiche del film sono di Nicola Piovani: una collaborazione che il regista racconta così: "Appena ho terminato di scrivere la sceneggiatura ho immediatamente chiesto a Piovani di comporre le musiche." Dice Schmitt "Perché mi è sempre sembrato che il suo lavoro avesse un 'colore' indispensabile al film così come lo volevo realizzare. Un 'colore' che appartiene ad un certo cinema italiano interessato a raccontare la vita e la storia di personaggi di origine semplice e popolare e che mostra la dignità delle persone semplici. E' quel tipo di 'colore' che si può ritrovare nel cinema di De Sica, rispettoso della gente semplice. Nicola Piovani è un artista in grado di comporre musiche sofisticate e popolari al tempo stesso. La sua ingenuità vicina a quella dell'infanzia corrisponde perfettamente al personaggio di Odette."
Come è nato questo film? L'idea mi è venuta in seguito ad un episodio che mi è successo in Germania qualche anno fa a Rostock, sul Mar Baltico. Lì sono uno scrittore molto famoso e dopo una lunghissima attesa per farsi firmare le copie del mio libro, una donna truccatissima e molto curata non ha saputo dirmi nulla e mi ha gettato una lettera con un cuore di spugna al suo interno. All'inizio ero indignato e disgustato sia dal tono mellifluo della missiva che dalla sua presentazione kitsch. Poi, in albergo, più per noia che per vero interesse, ho riletto la lettera e ho capito con quanto affetto sincero questa persona mi scrivesse. Mi sono reso conto che, a dispetto del ridicolo del nostro incontro e del vederla strizzata nel suo migliore tailleur, si trattava di una persona intelligente e serena. Ho capito di essere stato vittima del mio stesso pregiudizio. Le ho risposto e subito dopo ho iniziato ad immaginare la storia di Odette. Devo precisare, però, che lo scrittore non sono io. Se mi fossi ispirato a me stesso avrei fatto un ritratto molto diverso e più lusinghiero.
Non è nemmeno ispirato a Bernard Henry Levi? No, no.
Parliamo del 'realismo magico' presente nel film… Mi interessava partire dal mondo così come è, per mostrare, poi, il modo in cui lo vede Odette. All'inizio del film prendo in giro il personaggio di Odette e il suo mondo. Poi inizio a raccontare la storia attraverso gli occhi di lei. Desideravo partire dal cliché per poi allontanarmi da esso ed esplorare, piuttosto, il cuore del personaggio: la sua intelligenza, la sua saggezza e il perché si tratta di una donna fuori dall'ordinario. La sua visione poetica del mondo mi obbligava a seguire un certo stile narrativo. Progressivamente, poi, passo dal realismo alla magia. Come nel caso di Gesù che non è un personaggio reale, ma una figura che vede solo Odette e che è la rappresentazione della sua bontà d'animo e il suo altruismo.
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Rispetto alle sue opere teatrali, questo film sembra più 'leggero' ed evanescente… E' vero: il mio teatro e i miei racconti sono molto più crudeli. Dietro a questa crudeltà c'è sempre un mio atto di fede nei confronti del valore dell'umanità. La realtà è che, per il mio debutto al cinema, volevo realizzare un film più modesto che potesse ispirarsi al mio primo contatto con il mondo dei film, ovvero con Walt Disney. Anche se sono un filosofo e uno scrittore ritengo sia possibile amare al tempo stesso sia Disney che Kant. Odette è un personaggio meraviglioso come quelli delle Silly Symphonies disneyane. Per me Lezioni di Felicità è una strizzatina d'occhio alla mia archeologia intima e alla passione che ho avuto per Walt Disney e Jean Cocteau. Ho preferito iniziare con una commedia per testare il mio rapporto con gli attori. Credo che il prossimo progetto avrà dei colori meno sfavillanti e più sobri. In più per questo film avvertivo il desiderio di raccontare due mondi che conosco molto bene: quello popolare e quello degli scrittori. La mia è una famiglia semplice. Mia nonna era una donna delle pulizie e per questo volevo assolutamente che una storia di fantasia come questa avesse, comunque, una base realista.
Lezioni di felicità è una commedia, ma al tempo stesso lei sembra affrontare una questione importante e seria, come la definizione stessa della 'Cultura'... Sì, perché attraverso la commedia ritenevo giusto dovere dire alcune cose sulla 'Cultura'. Il personaggio di Olaf Pims, lo scrittore e critico, dice che esistono libri per le parrucchiere, le centraliniste, i portieri, le commesse. Una frase che non è mia e che ho sentito più volte ripetere in Francia. Una considerazione che considero ispirata da un razzismo sociale e da un classismo inauditi. Forse nessun intellettuale si prende gioco della povertà, ma, di certo, tutti gli intellettuali ironizzano sulla cultura di massa e delle fasce sociali più basse. La cultura dei poveri fatta di televisione e riviste è considerata volgare. E' un pregiudizio aprioristico che talora è vero, ma non sempre. Queste considerazioni sono una reazione istintiva degli intellettuali contro chi è popolare e che ha un grande pubblico. Alle volte gli intellettuali sembrano fare assurdamente parte di un club elitario e misantropo dalle porte chiuse…
Cos'è per lei la felicità? Non pormi mai questa domanda: la felicità è il silenzio su questo argomento e non avvertire il bisogno di aggiungere qualcosa.