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    Rodrigo Plà  di Marco Spagnoli       Le altre interviste


Zona di guerra

"La zona è la storia di una rapina a mano armata e di una caccia all’uomo ma, prima di tutto, è la storia di una società spezzata, fatta di due mondi che si temono e si odiano a vicenda." così il regista messicano Rodrigo Plà presenta il film vincitore delle Giornate degli Autori scritto insieme a sua moglie Laura Santullo. La zona racconta la storia di Alejandro, un adolescente privilegiato che vive nella "zona", quartiere benestante nel centro di Città del Messico, protetto da guardie private e circondato da alte mura. Oltre i confini ed il filo spinato c'è la miseria più nera.

Il giorno del suo compleanno, tre ragazzi delle favelas riescono a penetrare nella zona e ad introdursi in una delle case. La rapina finisce male e un'anziana donna muore. Due dei giovani rapinatori sono uccisi mentre tentano la fuga. Il terzo, Miguel, riesce a fuggire ma non a lasciare la zona. "Il complesso residenziale è un "personaggio" a sé stante ed è il protagonista principale di questo film." continua il quarantenne regista nato in Uruguay "Mi interessava scavare a fondo in quello che succede dentro ad universi chiusi, governati dal terrore, che finiscono per inventarsi regole a proprio uso e consumo, senza curarsi della legge che governa gli altri universi. Mi interessava esaminare il modo in cui le regole morali - le nozioni fondamentali di rispetto e coesistenza - degenerano gradualmente in forme di comportamento primitive e disumanizzate, dove "l'altro", il ladro, l'estraneo non è più visto come una persona, ma semplicemente come un nemico che deve essere distrutto.  Era mia intenzione fare in modo che la struttura del film funzionasse come un canto corale, una polifonia di voci e personaggi, un tutto organico che attraverso la propria incapacità di guardare fuori e riconoscere le proprie contraddizioni e i propri fallimenti, pianta il seme della sua autodistruzione."

Quello che si vede sullo schermo rappresenta un futuro possibile?
Con nostra grande sorpresa, mentre conducevamo le ricerche, abbiamo scoperto che qualcosa del genere a quello che si vede sta iniziando a succedere. Si tratta del futuro, è vero, ma non di qualcosa remoto o improbabile. Per noi La zona è una storia che vuole lanciare un avvertimento rispetto a quello che potrebbe succedere un domani. In questo senso anche se si tratta ovviamente del Messico non abbiamo voluto essere più specifici rispetto al dove, al come e al quando.

Si può parlare di metafora della società occidentale?
Penso proprio di sì. L'Europa stessa insieme agli Stati Uniti rappresentano una sorta di 'zona' in questo momento. Noi volevamo essere il più aperti possibile per rendere al meglio i differenti livelli di comprensione di questo film. Credo che mostrare l'esarcebazione degli spiriti di chi sta dentro a questa 'zona' possa anche riuscire a spiegare i cambiamenti dei vari governi riguardo a tematiche relative all'immigrazione e, in genere, verso il diverso e chi porta con sé una cultura diversa. Circondandosi di alte mura i residenti della Zona impediscono agli altri di entrare, senza rendersi conto che quelle mura sono il simbolo della loro prigionia. Con la scusa di proteggere loro stessi rinunciano al diritto essenziale alla libertà, sacrificata in nome del circuito chiuso che li controlla tutti. Un prezzo da pagare troppo alto per una sicurezza che non può mai essere assoluta. Per quanto grande sia la fortezza, per quanto alte le mura, finché ci sarà una disuguaglianza fuori controllo, ci sarà sempre qualcuno disposto a scalare quel muro.

La zona è un film corale che, però, trova nel ragazzo protagonista il centro di un racconto di formazione. Il suo sdegno è lo stesso dello spettatore…
E' un film corale è vero, composto da personaggi diversissimi tra loro, ma a noi serviva incentrare e, in un certo senso, 'tarare' la trama su un adolescente, perché a quell'età hai molto meno pregiudizi. E' l'epoca in cui tu inizi ad avere i tuoi criteri di ragionamento e volevamo mostrarlo soprattutto attraverso un personaggio che, all'inizio, ragiona come suo padre. Poi quando conosce di persona il 'mostro' che tutti cercano, riconosce qualcosa di se stesso in quel ragazzo e inizia a cambiare. Guarda all'altro non più come ad un animale, ma come ad una persona. Non ci interessava fare un film 'in bianco e nero' con i buoni e i cattivi. Noi volevamo raccontare dei personaggi con delle sfumature di grigio. Anche se non condivido la loro scelta, posso capire perché ci sia gente decisa a barricarsi nella zona. Il nostro obiettivo era quello di trovare delle sfumature su queste figure che venissero raccontate come persone e non solo come personaggi. Per questo motivo, La storia è vista attraverso lo sguardo di un ragazzo, Alejandro, che vive nella zona e che si trova costretto a confrontarsi con un mondo più grande della vita artificiale e confortevole che ha sempre conosciuto. La catena violenta di eventi che si susseguono nella zona e il rapporto che instaura con Miguel lo costringono a rimettere tutto in discussione. Osservando da vicino le motivazioni delle due opposte fazioni, Alejandro trova la propria etica personale e riconosce in mezzo al caos la propria visione della giustizia. La legge deve regolamentare la convivenza all'interno della società, anche chi sbaglia deve poter contare su una giustizia che decida della sua punizione.


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Come spiega il grande successo della cinematografia messicana che ha prodotto nomi importanti come quelli di Alfonso Cuaròn, Guillermo Del Toro e Alejandro Gonzales Inarritu?
I tre nomi che lei ha fatto appartengono a registi conosciuti in tutto il mondo, ma in Messico abbiamo un'intera generazione di nuovi talenti come Carlos Reygadas, Francisco Vargas e Ernesto Contrera.  Le cause sono molteplici a partire dalla recessione dell'economia internazionale che ci permette di affacciarci anche ad altri mercati in un momento storico in cui è arrivata l'ora di fare un altro tipo di cinema. Oggi quello che contraddistingue il nostro cinema è la sua grande varietà, specchio perfetto di una società composita come quella messicana. Non esiste, infatti, un solo Messico: nel mio paese si parlano circa 60 idiomi differenti e, per questo, la nostra cultura è complessa e molto ricca. Questa grande ricchezza e diversità culturale si riflette sui registi e sugli schermi attraverso i film che loro dirigono. Onestamente noi proponiamo al pubblico internazionale quello che ci piace e quello che ci interessa raccontare.

Chi sono i registi che crede l'abbiano influenzata di più?
E' una domanda difficile, perché sono tantissimi, perché sono sempre stato un ottimo spettatore. Sicuramente adoro Kieslowski e Costa-Gavras. Quando lavoro cerco di non avere un modello codificato in mente in quanto, generalmente, prediligo l'astrazione. Se, però, dovessi fare un paragone per La zona penso soprattutto ad un libro: Il signore delle mosche.

Lei crede che il cinema possa cambiare il mondo?
Non so. Mi sembra una tesi un po' naif eppure spero che La zona non lasci nessuno indifferente e - soprattutto - faccia pensare. Il cambiamento, però, può essere solo personale.





18-03-08

   
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