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    Paolo Virzì  di Marco Spagnoli       Le altre interviste


La sostenibile precarietà dell'essere

“In Tutta la vita davanti raccontiamo la storia di una ragazza colta e senza pregiudizi. Una laureata in filosofia che non sapeva quasi nulla della realtà contemporanea, perché, durante tutto il periodo universitario, si era chiusa in una biblioteca piena di sacri testi. Questo film descrive il suo viaggio nell’inferno della sottoccupazione e dell’Italia di oggi. E’ un’analisi dell’etica e dell’estetica di questi anni e dei linguaggi di adesso. Più che il tema del lavoro ci siamo occupati soprattutto di quello della vita stessa.”

Il regista Paolo Virzì è orgoglioso del suo ultimo film, scritto a quattro mani con lo sceneggiatore Francesco Bruni. “Abbiamo portato avanti una sorta di osservazione sul campo: guardando alla vita vissuta di tanti ragazzi e ragazze condannati, grande scempio nazionale, o alla fuga all’estero o all’odissea del precariato. Ci sembrava che questo tema prima ancora che sociale o politico fosse soprattutto ‘epocale’ ed esistenziale. Tutti i personaggi del film, infatti, patiscono per un’ansia del vivere del futuro che accomuna vittime e carnefici.”

Uno sguardo ‘compassionevole’…
Non è un caso che la protagonista del film sia laureata su Hannah Arendt, filosofa ebrea autrice del saggio La banalità del Male. Quando la Arendt è andata ad assistere al processo a Eichmann, colui che gestiva Auschwitz, si è trovata di fronte un uomo che aveva condotto un campo di concentramento con quella pignola operosità con cui si poteva supervisionare le attività di un autoricambi. Eichmann, ai suoi occhi, è un ragioniere squallido che gli fa quasi pena. Marta, che porta Hannah Arendt sul desktop del suo computer, non può che avere questo spirito. Lei non condanna. Forse, non assolve, ma – di certo – partecipa soffrendo. Tutta la vita davanti è un film arendtiano.

Il tono complessivo, però, sembrerebbe, comunque, un po’ pessimista…
No, anzi. Credo che al di là del finale aperto ci sia l’embrione di qualcosa di nuovo che inizia. Nell’incontro tra quattro donne diverse sedute allo stesso tavolo c’è un sentimento diverso e la possibile medicina anche riguardo alla questione stessa del lavoro. Io credo che la malattia più grave del lavoro così come lo racconto nel mio film sia soprattutto la solitudine. E’ l’interazione tra le persone a cambiare le cose. Il lavoro se non è esperienza di relazione non è né progresso, né tantomeno civiltà. Quest’ultima sta solo nelle relazioni. Qui non si tratta solo di fare aumentare il Prodotto Interno Lordo: la qualità del lavoro deve fare crescere i rapporti e gli incontri tra le persone. Del resto io non credo che tutte le aziende abbiano dei call center dove si verificano le cose così come le racconto. Noi ci siamo ispirati a tre o quattro aziende, raccontando qualcosa di estremo, ma anche di drammatico. Mi auguro che nessuno trovi più nelle leggi dello Stato italiano lo spazio per potere operare in questa maniera. Alla fine il mio sguardo non è così apocalittico, perché – in fondo – si tratta dell’apocalisse allegra di sempre. La stessa degli ultimi anni: non peggiore, ma, forse, questa volta più beffarda perché vestita di scintillante modernità. I nostri disgraziati di ora, vestono giacca e cravatta firmate e hanno con sé il telefonino. Noi attraverso questo film guardiamo a nuove forme di schiavitù.

Tutta la vita davanti è, dunque, un apologo?
E’ soprattutto un racconto del nostro tempo con le sue luci e le nostre ombre. Noi non ce la sentiamo di stracciarci le vesti e come novelli Savonarola annunciare la fine del mondo. Viviamo in un’epoca difficile costellata di nuove forme di sofferenza, solitudine e sfruttamento. Questi non sono più anni relativamente ‘facili’ da leggere. Non è più l’era di Miracolo a Milano dove il cattivo di turno era identificabile immediatamente nel padrone arrogante con il cilindro. La società è cambiata e noi dobbiamo attrezzare uno sguardo nuovo, altrimenti il rischio è quello che non capiremo mai nulla e andremo dietro sempre a dei luoghi comuni un po’ melensi e consolatori. Questo film racconta qualcosa di nuovo: il disagio moderno nei confronti del lavoro e della vita. Non c’è più la fabbrica fumigante di Metropolis, né la catena di montaggio di Tempi moderni con Charlot e la condizione delle ragazze protagoniste di questo film è quella di tutti quanti noi: nel bene e nel male. Personalmente non credo che nessuno che viva una qualsiasi nostalgia nei confronti del passato fantozziano ‘dalla culla alla tomba’ dentro alla stessa azienda a temere i furori del mega direttore galattico. La vita moderna è senz’altro un’esistenza di natura flessibile dove si può e si deve cambiare. La flessibilità, però, deve diventare un’opportunità e non una debolezza per subire un’atroce ingiustizia.

Qual è stata la cosa più difficile per la realizzazione di questa pellicola?
Orchestrare un film che aveva elementi e tonalità differenti se non addirittura contrapposte, talora allegre, altre feroci e beffarde. Ci sono una serie di elementi da commedia noir che si mescolano ad altre suggestioni per un film che non vuole lanciare un messaggio, ma raccontare una storia che ci riguarda tutti quanti come cittadini di questo paese. Spero che questo film accenda la voglia di riflettere sulla società e su quello che viviamo. Il nostro obiettivo è quello di fare pensare in un momento controverso fatto di grande confusione.


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Parliamo della voce off che offre il senso di una favola postmoderna amara, un po' cinica e dal finale, però, aperto...
Che devo dire? A me piace! E’ una cosa che amo molto al cinema come in Alfredo, Alfredo di Pietro Germi, in Papà è in viaggio di affari, e ne Il posto delle fragole. Mi piace, perché sento che dà un percorso. In questo caso ho chiesto a Laura Morante di leggere un testo che fosse narrante in terza persona. Una voce off quasi ‘manzoniana’ che imbroglia il pubblico e scherza con gli spettatori. Sento che dentro a questa voce c'è quella di chi racconta: la ‘nostra’ voce che propone un’odissea in forma di fiaba ironica e perfida. Io al mio tono personale non ci voglio rinunciare. A me i film piacciono con le voci fuori campo e io li farò sempre così!





26-03-08

   
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