Era il giorno di San Valentino, due mesi e mezzo fa, quando Scarlett Johansson e Natalie Portman sono sbarcate nella gelida Berlino per presentare L’altra donna del Re. Ed era il 15 quando le due attrici si sono presentate col collega Eric Bana alla conferenza stampa del film, una pellicola che è sostanzialmente un prequel di Elisabeth poiché racconta gli intrighi delle sorelle Bolena alla corte di Enrico VIII da cui nacque la futura regina d’Inghilterra. Coinvolgendo solo a tratti l’attore nel loro gioco incrociato Scarlett e Natalie hanno dimostrato un’ottima intesa anche fuori dal set, arrivando a darsi un chiacchieratissimo mezzo bacio sul tappeto rosso della passerella ufficiale del film. Poiché la stessa Natalie ha riempito di complimenti la collega, affermando di essere stata lei a suggerirla per il ruolo di Maria Bolena, Scarlett non ha esitato a ricambiare, pur civettando sul personaggio che gli è stato assegnato: “Considerate le parti che mi hanno proposto da Match Point in poi credevo sarei stata più adatta a fare la "vixen", la seduttrice, cioé Anna. Ma Natalie era già stata scritturata per quel ruolo.”
Com’è stato lavorare con Natalie Portman? Non vi era per caso sul set una rivalità simile a quella dei vostri personaggi?
Ho accettato il progetto non appena ho saputo che ne avrebbe fatto parte Natalie. È da tempo che sono una sua grande fan ed era da tempo che volevo lavorare con lei. Ho imparato molto recitando al suo fianco così come mi è stato molto utile vedere al lavoro Eric, scena dopo scena. Ho pensato subito fosse perfetto per quel ruolo. In un certo senso c’è stata una specie di salutare competizione tra tutti noi, che teneva alto il livello di energia positiva sul set ma il nostro è un lavoro per cui sei sempre in uno stato molto vulnerabile ed è importante avere accanto delle persone che ti aiutino. Ogni attore dipende anche dai suoi colleghi di set. E con Natalie c’è stata da subito una particolare “sorellanza”…
Come è entrata nella parte di una ragazza così sfortunata ma anche ambiziosa?
È stato un lavoro molto coinvolgente sul piano emotivo, perché ogni giorno mi succedeva una cosa terribile dietro l’altra. Interpretare un ruolo è sempre un processo molto personale e io ho sempre un po’ di difficoltà a parlarne. Comunque ho letto il libro e la sceneggiatura e come per altri film nel più profondo del profondo di me trovo sempre qualcosa che mi aiuta. Ma si è trattato di una grande sfida. La cosa più difficile e affascinante del mio personaggio e di quelli di Anna Bolena e di Enrico VIII era il dover rendere la loro ambizione assieme al lato umano e sensibile che comunque era presente in tutti e tre.
Era faticoso recitare con quei costumi così pesanti?
Dovendo essere sul set ogni mattina alle sei e mezza per indossarli mi sono resa conto di che specie di strumenti di tortura fossero gli abiti femminili di quell’epoca. Erano veramente incredibili, non riuscivi quasi a muovere le braccia, e ti facevano sentire come una statua separandoti al contempo dalle altre persone. Erano un costante promemoria delle restrizioni della condizione femminile di quegli anni. Anche i costumi mi hanno molto aiutata a calarmi nel personaggio.
Ciò che più disturba in tutti i personaggi del film è il loro tentativo di manipolare il prossimo, per raggiungere un potere sempre maggiore. Ma era in realtà il padre delle sorelle Bolena a spingerle nelle braccia di un Re…
A quel tempo le famiglie più nobili usavano spesso i figli, sia i maschi che le femmine, come pedine per conquistare maggiore potere. È una cosa assurda, ma non sono così ingenua da non pensare che certe cose non possano succedere anche oggi. Sono cresciuta in una famiglia progressista con genitori che ci hanno sempre incoraggiato a trovare la nostra strada. Ho una sorella di cinque anni più grande e un fratello gemello con cui non c’è mai stata competizione. Ma tutti, e in particolare noi ragazze siamo molto più manipolate di quanto pensiamo..