Nel lontano 1956 due cineasti "arrabbiati" portavano alla ribalta un documento destinato a segnare profondamente il cinema inglese a venire. Si trattava del manifesto del "free cinema" e i due autori erano Lindsay Anderson e Karel Reisz. All'inizio il free cinema si era concentrato sul documentario ma dopo poco era approdato ai film di finzione dando vita ad un nutrito gruppo di registi e attori che si imposero ben presto sullo scenario cinematografico europeo.
Il vento nuovo del free cinema venne ben presto accostato alla nouvelle vague francese e al nuovo cinema tedesco con i quali condivideva una nuova visione moderna e autoriale del cinema, connotandosi tuttavia per l'impegno civile e per i contenuti di denuncia sociale. Da allora i tempi sono cambiati ma il free cinema ha lasciato una traccia profonda sui figli e i nipotini di quella generazione, contribuendo a sviluppare un filone, impegnato e "arrabbiato", del cinema britannico che si contrappone a quello "aristocratico" che da sempre rappresenta il volto più conservatore del cinema di sua maestà.
Se oggi la cinematografia inglese è tra le poche a opporre resistenza all'ondata dei talentuosi cineasti venuti dall'oriente, il merito è soprattutto loro, dai vari Ken Loach, Mike Leigh, Stephen Frears, Michael Winterbottom... Sono questi autori i protagonisti degli ultimi festival d'arte cinematografica con le loro opere della maturità. La rabbia di una volta si è sciolta in ironia graffiante e l'approccio documentaristico dei primi lavori si è tramutato in un uno stile cinematografico in cui ai virtuosismi della macchina da presa si preferisce spesso la fermezza di uno sguardo che si sofferma sul malessere sociale ed interiore degli emarginati e sulle ipocrisie della società.
E' questo oggi il cinema inglese che tocca più profondamente le anime e gli sguardi, più delle ricercatezze esteriori dei vari James Ivory, Richard Attenborough, Kenneth Branagh, la cui vena creativa sembra essersi gradualmente inaridita senza trovare un rinnovamento come è avvenuto per i colleghi più…arrabbiati. Esemplare a tale riguardo è la carriera di Frears, il cui percorso inizia con il crudo My Beautiful Laundrette (1986), e che, dopo numerosi successi in Europa e negli Stati Uniti, ha stupito tutti ancora una volta al recente Festival di Venezia con l'applauditissimo The Queen.
Lo stesso può dirsi di Mike Leigh, esordiente alla regia nel 1971 con Bleak Moments, pluripremiato negli anni ai festival europei e plurinominato agli Oscar, capace di sbancare Venezia 2004 con il suo ultimo film Il segreto di Vera Drake. Anche il percorso di Ken Loach può definirsi un crescendo di successo: dai tempi di Family Life (1971) l'opera dell'autore inglese ha ottenuto i più prestigiosi riconoscimenti in Europa, per consacrarsi ancora all'ultimo Festival di Cannes con Il vento che accarezza l'erba (2006).
La filmografia del più giovane e prolifico (ma anche discontinuo) tra gli autori citati, Michael Winterbottom, è relativamente recente (l’esordio alla regia risale al 1996 con Butterfly Kiss) e si consacra all'ultimo Festival di Berlino con l'Orso d'argento per The road to Guantanamo. Se il secondo millennio si era chiuso con due film giovani tra i più irriverenti ed esilaranti della storia del cinema inglese, Trainspotting (1997) e Full Monty (1997), il terzo sembra aprirsi con il riconoscimento internazionale alla maturità di stile e contenuti di una cinematografia che ha saputo sopravvivere con dignità e rispetto alle mode pulp, ai pugnali volanti e ai virtuosismi delle macchine da presa.