Quando il “lavoro” distrugge la dignità
Volti di gente comune, volti che celano fatica, paura, sentimenti, ansie, problemi. Una sala spoglia ed una festa inutile in cui gli scagnozzi dei padroni simulano una morbidezza fasulla. Le lloro labbra pronunciano parole che mistificano la realtà e che confondono la mente delle persone. Chiedono dedizione, vogliono collaborazione, dicono che il lavoro si crea generando nuovo lavoro. Ma la sostanza è un’altra e potrebbe essere così riassunta: “Vogliamo da voi tutto. Il vostro tempo, le vostre forze psichiche e fisiche, il vostro attaccamento assoluto…e della vostra vita, non ce ne importa nulla”.
Con questa emblematica scena si apre Mi piace lavorare (Mobbing), significativo film di Francesca Comencini, presentato nella sezione Panorama del festival di Berlino.
E’ una storia come tante, quella che è costretta a vivere Anna, un’atroce vicenda di mobbing come in Italia ne succedono in continuazione. Il processo di vessazione, prima, e di emarginazione, poi, della protagonista è raccontato da Francesca Comencini con molta precisione e sensibilità. Anna ama il suo lavoro ma i nuovi proprietari dell’azienda la considerano un “esubero” e se ne devono liberare. Si tratta, dunque, di una lenta, inesorabile discesa negli inferi, un percorso terribile che porterà la delicata e timida Anna alla depressione.
La regista ha costruito questa disavventura umana e sociale con uno stile fortemente realistico, caratterizzato da brani quasi documentaristici e da sequenze forse eccessivamente didascaliche ed ingenue ma necessarie a spiegare l’orrendo fenomeno del mobbing in tutto il suo inquietante spessore. A sostenere queste scelte espressive anche una preziosa fotografia di Luca Bigazzi, volutamente sporca e sgranata e perfetta per comunicare a livello visivo il dramma vissuto dal personaggio centrale.
Nell’evoluzione del racconto viene descritto razionalmente il meccanismo della persecuzione sul luogo di lavoro: la finta disponibilità dei superiori, l’omertà dei colleghi, la falsità che regna in ufficio, la paura del licenziamento, la solitudine angosciosa che è costretto a vivere il “mobbizzato”, il quale non solo è umiliato ma è anche astutamente colpevolizzato per ciò che gli accade. Anna viene quasi convinta che il problema è lei, tanto che inizialmente non si rende conto di essere caduta nella trappola dall’ultima nuova e geniale idea del lavoro trionfante in questi anni, quella della flessibilità e dello sviluppo senza laccioli (come si sente dire spesso sui mezzi di comunicazione) che semplicemente vuol dire: “Il dipendente non conta niente. La proprietà può e deve farne ciò che vuole. E al diavolo i sindacati e le regole. Punto e basta”.
Di estrema importanza è in questo film la scena in cui i dirigenti riescono a scatenare furbamente un conflitto tra poveri. Anna spedita con mansioni assurde tra gli operai del magazzino viene vista come una spia e ciò genererà ovviamente una tensione altissima. Ebbene, questi provvedimenti, cioè gli spostamenti strategici, vengono denominati pomposamente con le seguenti formule: “miglioramento dell’organizzazione aziendale”, oppure “ottimizzazione delle risorse umane e dei tempi di produzione”, ma dietro questo gergo intollerabile si nasconde la sistematica distruzione della dignità individuale e il disprezzo per i lavoratori (quelli veri).
Da notare come Nicoletta Braschi, grazie alla direzione di Francesca Comencini, abbia fornito, nella parte di Anna, la prova migliore della sua carriera e come Camille Dugay Comencini, nel ruolo della figlia di Anna, sia stata veramente molto intensa. Strepitosa la colonna sonora firmata da due autentici maestri del jazz italiano: il fisarmonicista Gianni Coscia e clarinettista Gianluigi Trovesi.