Regia Francesca Comencini Sceneggiatura Francesca Comencini Interpreti Haidi Gaggio Giuliani Durata 75' Montaggio Linda Taylor Paese, Anno Italia,2002 Distribuzione Lunarossa
La Trama
Il 20 luglio 2001 a Genova, in piazza Alimonda, un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani, muore durante gli scontri sorti fra i manifestanti no-global e la polizia. La madre del ragazzo morto, intervistata dalla regista Francesca Comencini, ricostruisce la giornata di Carlo, dalle prime ore del mattino fino all’ultimo istante – un estintore fra le mani nel gesto del lancio, il colpo di pistola esploso da un carabiniere, il corpo riverso sull’asfalto, martoriato dalla camionetta dell’Arma, ucciso ancora dalle nere figure che gli si fanno attorno.
Morte nel pomeriggio Quanto segue non contiene giudizi sulle caratteristiche di un movimento politico, né di uno Stato fatalmente attratto dall’esercizio spettacolare della forza. Il film di Francesca Comencini e Luca Bigazzi, che trae origine dal progetto Un mondo diverso è possibile (le giornate della manifestazione genovese filmate da 33 cineasti italiani), pone problemi che in una certa misura esulano dalla cronaca, e interessano il discorso sul cinema di realtà, pertanto è di questo che ci occuperemo. Magari a partire da una constatazione che lo stesso Bigazzi faceva davanti al pubblico di Bellaria a proposito della forza residuale delle immagini, riconoscendo che le ventimila videocamere accese a Genova hanno opportunamente sbilanciato l’informazione di regime, mettendo in crisi le versioni ufficiali dei fatti.
Le immagini costringono a ripensare il reale, entrano in conflitto con altre immagini e ridiscutono il giudizio: l’immagine minacciosa di un ragazzo che brandisce un estintore a pochi centimetri dal carabiniere assediato (la telefoto che ha circolato più a lungo) entra in conflitto con l’immagine in movimento di un ragazzo lontano che corre verso un proiettile. Il potere di autenticazione che l’immagine ancora possiede interessa di certo Comencini-Bigazzi; resta da capire se questi abbracciano la modalità assertiva del cinema di realtà per un obiettivo politico (e allora il film, nella sua parte migliore, è un lancinante certificato di morte), oppure se a prevalere è l’inclinazione aneddotica, straziante finché si vuole ma incapace di cogliere i fattori che hanno prodotto i fatti. Costruito come un’indagine che procede per accumulo (di documenti, di testimonianze; una prima ora coerente, quella presentata a Cannes, con l’aggiunta di una coda dispersiva e diseguale per l’uscita in sala), il film trova un punto di incandescenza nella ricerca di Giuliani vivo: dalle trecento ore di materiale girato si isolano i frammenti che contengono quel volto, quel corpo animato, non più moltitudine, cerchiato e segnalato dalla grafica.
Queste immagini ci dicono almeno due cose: intanto che nell’istante della ripresa l’oggettivo-tecnologico prevale sul soggettivo-umano (il primo vede di più e vede meglio: e ai margini, o in campo lungo, è possibile trovare come il fotografo di Blow-up una verità nascosta, scandalosa, inaccettabile); e poi, senza contraddizione, che il gesto del riprendere è un lancio di dadi che ridimensiona il film come progetto. La ricerca di Giuliani vivo produce allo stesso tempo fascinazione e sgomento; ma soprattutto riafferma l’importanza del cinema come seconda volta della cosa vista (per dirla con Daney, vista bene, vista male o addirittura non vista), cosa vista che nella sua flagranza è antidoto alla rapacità ermeneutica, cinema-radiografia di fronte al quale nessuno può dire: “E’ una produzione di realtà” oppure “E’ una mia interpretazione”.
Se c’è una consapevolezza che Carlo Giuliani, ragazzo può generare, essa non va cercata nell’impatto emotivo che l’evidenza di una perdita porta con sé, un dolore privato che non può (non vuole, non deve?) diventare esemplare, relazionandosi ai figli del cinema italiano recente, quelli di Moretti e di Bechis, ma anche di Capuano e Crialese e Grimaldi; invece lo sconcerto che nasce dalla constatazione della non-reversibilità di quel che le immagini hanno mostrato è qualitativamente superiore al primo disagio, e in questo senso prefigura una consapevolezza preziosa, rispetto al percorso assistito nel tessuto di una vicenda umana, sulla quale l’informazione ufficiale con successo pratica la propria quotidiana, invasiva riduzione concettuale e terminologica, riduzione a cui talvolta il film sembra pericolosamente cedere (per esempio con la sottolineatura sostanzialmente impolitica del gesto del ragazzo, o con l’avventuroso distinguo fra l’appartenenza a una o un’altra frangia del movimento – davanti alla irrazionalità razionale della pistola e della videocamera questo è un problema accessorio). In ultima analisi, alla luce delle potenzialità di queste immagini, che senza paura per il fare e il mostrare Comencini e Bigazzi hanno girato e montato, non c’è da arretrare con timore e tremore, ma da avanzare con rabbia.