Regia Eugenio Cappuccio Sceneggiatura Massimo Lolli, Alessandro Spinaci Interpreti Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi, Faju, Marcello Catalano Durata 97' Montaggio Marco Spoletini Scenografia Stefano Giambanco Fotografia Gian Filippo Corticelli Paese, Anno Italia 2004 Produzione Mario Sposi e Claudio Vecchio per AFA Film Distribuzione Mikado
La Trama
Marco Pressi è un giovane manager destinato alla formazione professionale dei dipendenti. Un giorno gli viene affidato un incarico diverso e ancor più delicato: tagliare venticinque impiegati nel giro di poco tempo.
Marco prenderà molto sul serio il suo nuovo lavoro e diverrà, per questo, la persona più odiata nell’ambiente di lavoro. Tutto andrà avanti fino a quando anche per il manager rampante dalle molte ambizioni inizieranno i problemi.
La solitudine del manager diviso tra la dimensione meccanica e narcotizzante del lavoro e il caos del privato. In Volevo solo dormirle addosso sifotografa con realistica crudezza e fedeltà la condizione esistenziale del professionista, in cui la professione diventa annullamento dell’io e totale incapacità nel decodificare simboli e linguaggi, finendo dentro il nulla nel rifiuto di capire e comprendere le ragioni del fattore umano.
Gli uffici riprodotti da Cappuccio sono filmati con movimenti morbidi della macchina da presa e con un uso insistito dei primi piani, per evidenziare la tensione crescente dei volti e la controllata disperazione delle reazioni al licenziamento. Il film racconta l’elegante interscambio dei ruoli tra vittima e carnefice, in cui ognuno resta sempre dentro il proprio isolamento, in un mondo a parte che, dietro l’inespressività dei sorrisi sempre uguali, cela l’aspra lotta per la sopravvivenza, l’ambizione amara in cui l’unica espressione è l’apparente esercizio del potere e la falsa consolazione dei sentimenti.
Il regista si concentra sugli sfoghi contro i venditori, i complimenti di maniera, le strette di mano, la sessualità sudata e animale senza la ricerca appagante della comunicazione. Con Volevo solo dormirle addosso, Cappuccio prova a raccontare la realtà italiana ignorata dal cinema, riuscendo a riprodurre le strategie psicologiche di fine rapporto, l’ignobile gentilezza degli idiomi, l’arroganza dei superiori, disegnando con leggerezza ed inconsistenza i personaggi femminili, imprigionandoli dentro plastici e prevedibili ritratti. Il momento più convincente è il racconto morale più incisivo ed essenziale, che descrive un mondo senza principi e rendite definitive di posizione, dove smarriti professionisti reinvestono, senza speranza, il loro inutile presente e scelgono consapevolmente il formale e personale distacco dal quotidiano e dai riti del fine settimana per allontanare la lucida consapevolezza dell’isolamento.