Raffinatezze e nullità
E’ proprio al termine di un film così che ci si chiede: “Perché?”. Ovvero perché tre nomi di tale calibro si debbano lasciar sedurre da quella che è una pura e semplice operazione di marketing? La risposta sarebbe facile, ma ci piace pensare che, quando un regista di mette dietro la macchina da presa, lo faccia perché mosso – ebbene sì siamo degli inguaribili ottimisti – da una sincera ispirazione e dalla volontà di narrare una storia.
E’ il caso, e non si può negare, di Wong Kar Wai, l’unico in questo imbarazzante prodotto cinematografico, che si eleva ad di sopra di ogni sospetto e che, nonostante la sensazione di un dejà-vu, ci racconti ancora una volta una vicenda di tormentata passione con la raffinatezza stilistica ed estetica che gli appartiene. Il suo episodio è un esempio di perfezione formale, un ricamo per immagini tessuto su una trama di luci e suoni che evocano suggestioni di puro erotismo.
E’ vero, il ricordo di In The Mood for Love è in agguato, ma non si può non lasciarsi sedurre di nuovo dalla bellezza delle inquadrature, dalla fotografia che illumina quei dettagli, apparentemente insignificanti, facendoli risplendere di un senso nuovo e di tangibile seduzione. La passione del giovane sarto per la magnifica cortigiana è espressa in ogni gesto, inteso come emozione tattile, che sfiora il corpo e il tessuto convertendosi in un eros astratto e sublime.
Potrebbe finire qui ma, introdotti da una sequenza di bellissimi disegni di Lorenzo Mattotti, purtroppo mortificata da un’urticante ballata cantata da Caetano Veloso, arrivano gli altri due episodi, rispettivamente firmati da Soderbergh e da Antonioni, che annullano la fascinazione de “La mano”, sprofondando nella più assoluta nullità.
Equilibrium è un delirante racconto di un sogno erotico (a patto che una donna nuda che entra in una vasca possa chiamarsi tale) che ossessiona il protagonista e la ragione di tale desiderio inespresso, nonostante una noiosissima seduta dallo psicanalista che sfiora il ridicolo, non è data sapere, forse per scelta registica o perché allo stesso Soderbergh deve essere ad un certo punto sfuggito il senso di ciò che stava facendo.
Ma è con Il filo pericoloso delle cose che si arriva al punto più drammatico, drammatico perché è un vero dolore vedere accostato il nome del Maestro ad un episodio così, in cui l’inconsistenza narrativa è pari all’incapacità recitativa dei tre protagonisti. Si continua ad attingere senza vergogna dai bellissimi nuclei narrativi di Quel bowling sul Tevere ma quel che resta di Antonioni è ormai solo un nome su un cartellone, ed questo è il vero scialo. Eros si ferma a Wong Kar Wai, dopo si può anche uscire.