Il primo lungometraggio di Stefano Mordini, fiorentino classe ’68 con un’esperienza documentaristica alle spalle, sembra davvero assistito dalla fortuna visto che, non soltanto segna un debutto alla regia, ma si piazza in concorso al 55° Festival di Berlino. Quali meriti la giuria ne abbia ravvisato resta, francamente, un mistero ma non vogliamo certo discutere in questa sede dei criteri dei selezionatori, quanto piuttosto cercare di spiegarci il motivo per il quale Mordini abbia deciso di raccontare questa storia.
Una rappresentazione della provincia? In merito siamo un po’ perplessi, anche se il titolo (questa è la spiegazione dell’autore) fa riferimento al movimento meccanico della vita di una piccola città, fatta di consuetudini. Perché la vita in una metropoli di cosa è fatta? Quante coppie come Marco e Silvia possiamo incontrare a Roma, Palermo, Madrid, New York…? Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è che il film trasuda presunzione, annaspando nel tentativo di gettare uno sguardo oggettivo (la macchina a mano) su una situazione di coppia considerata “anomala”, inserita in un contesto di perbenismo che dovrebbe essere mostrato dai genitori “borghesi” di Silvia ma tutto è talmente scontato da essere irritante.
La presunta diversità di questi due consisterebbe allora nel vivere con un’iguana, abitare in una topaia, avere un figlio di tre anni che gioca a Tomb Raider da professionista, va a letto da solo e non fa un fiato nemmeno quando la madre si blinda in camera per giorni e la sorella sparisce dalla sua vista. Un po’ troppo non vi pare? Anche con le attenuanti generiche del caso (le difficoltà dell’esordio) il film di Mordini è davvero indifendibile.
Stefano Accorsi e Valentina Cervi stanno talmente scomodi nei panni dei loro protagonisti che sembrano detestarli apparendo – appunto – detestabili. La drammaticità della situazione è solo un pretesto per girare con la macchina da presa intorno ad un volto, mentre la musica volutamente straniante ,seppur pregevole, di Fabio Barovero ci gratta sulle ossa come le unghie sulla lavagna. Se nella prima parte il film, pur claudicando, pare almeno sostenersi su una buona intenzione - pur non attenuando il tono da primo della classe- la seconda precipita nella sciatteria di una sceneggiatura che tenta la via della trovata e che, in luogo di “salvare”, svela soltanto una brutta scrittura.
Insostenibile l’idea del mago al quale l’ormai disperato Marco si rivolge e la sua corsa finale e ci auguriamo che ad entrambe queste due situazioni il regista non abbia voluto attribure un significato catartico. Tanta presuntuosa inconsistenza cerchiamo di assolverla – se non altro – dalla banalità.