D’amore si… ride
Calli e trine, corsetti e parrucche… Sullo sfondo opulento e sfarzoso del settecento veneziano, ancora una volta, vanno in scena vita, corte e miracoli di lussuria del più celebre seduttore del mondo: Giacomo Casanova. Avvezzo ai drammoni in grande stile (vedi Le regole della casa del sidro) e alle stucchevoli storie d’amore (vedi Chocolat), Lasse Hallström non poteva certo lasciarsi sfuggire l’ennesima trasposizione cinematografica delle gesta del celeberrimo libertino.
In luogo del solito cliché di erotismo e lusso, il regista qui sceglie la via della commedia rocambolesca, narrando le avventure di Casanova in un’atmosfera di allegro vaudeville, strizzando l’occhio a Zorro e agli eroi di cappa e spada. Il fascinoso Giacomo, seduttore senza requie che elargisce i suoi favori dalle gran dame alle schiere di novizie, ha finalmente a che fare con una donna che gli darà filo da torcere e che non solo gli risponde picche, ma ha l’ardire di esternare idee emancipate e assolutamente rivoluzionare sulla condizione femminile.
Tutto il film è giocato dunque su una serie di equivoci e travestimenti che vedranno Casanova entrare e uscire dai panni di un filosofo e di un mercante, oltre che da quelli (e, spesso, in senso letterale) di se stesso. Fughe tra le calli, sortite notturne di fanciulle dalla castità solo apparente, lettere d’amore e pamphlets rivoluzionari messi al bando come eretici; non manca proprio nulla in questa commedia amorosa che non pretende di aggiungere, né togliere nulla alle infinite rivisitazioni in celluloide del tombeur des femmes veneziano.
Film leggerissimo nella sostanza e piuttosto datato nella messa in scena, il Casanova di Hallström ha il sapore di quelle vecchie pellicole dove il romanticismo e la risata risultano il connubio efficace per un paio d’ore di totale disimpegno. Venezia è il set naturale ma il volo notturno in mongolfiera dei due amanti è un trionfo di kitsch, su uno sfondo fintissimo di luna, stelle e fuochi d’artificio. Heath Ledger è un Casanova spavaldo e atletico, più a suo agio nei salti sui tetti che nei duelli di spade, circondato da una serie di comprimari di stereotipata comicità.
Primo fra tutti il “solito” Jeremy Irons - ormai di diritto cittadino veneziano almeno sullo schermo – nei panni di Pucci, vescovo brucia-eretici, la cui ottusità inquisitoria è destinata a soccombere agli sberleffi di Giacomo e compagni. Un film che si lascia guardare senza scatenare grandi entusiasmi e che riserva, sul finale, la sorpresa che giustifica l’inevitabile happy end. Ma sì che d’amore si può anche ridere…