L’autore "fantastico" per eccellenza ritorna sullo schermo con un falsa biografia degli inventori della favola moderna, i fratelli Grimm. A sette anni da Paura e delirio a Las Vegas e dopo un’infinità di progetti mai realizzati, mai completati o soltanto immaginati, Terry Gilliam manipola ed impasta la materia di cui sono fatti i sogni, le fiabe, gli archetipi del racconto popolare, realizzando una favola gotica a metà strada tra l’horror e la farsa.
Già ne Le avventure del Barone di Munchausen aveva affrontato il tema del rapporto tra finzione e realtà, due dimensioni collegate tra loro dal medium del racconto: con I fratelli Grimm (ma era proprio necessario aggiungere nel titolo italiano "l’incantevole strega"?) Gilliam ne fa il nucleo narrativo, rendendo reali le fiabe immaginate dal sognatore Jake ed i malefici inventati dal truffatore Will.
La sceneggiatura di Ehren Kruger (The Ring, The Ring 2, The Skeleton Key) assembla riferimenti che vanno da Cappuccetto Rosso a Raperonzolo, dalla Bella addormentata a Cenerentola, ammantando la vicenda in un’atmosfera artificialmente cupa, rischiarata dal registro farsesco delle interpretazioni dei protagonisti, tra i quali spicca come sempre il grottesco, sinistro Peter Stormare, torturatore parmense dallo sguardo spiritato e dall’accento irresistibile.
Il problema, però, è che tutto rimane in superficie, e la pellicola non riesce mai a scavare nell’inconscio, a colpire davvero a fondo la fantasia. La vicenda ben presto si chiude su se stessa, e, a causa dell’insistita reiterazione delle sequenze nella foresta, risulta asfittica, resta senza fiato, come imprigionata nella stessa torre della strega. Il racconto annaspa verso un finale giustamente fiabesco, ma eccessivamente annunciato e per nulla sorprendente: de I fratelli Grimm rimane soltanto una vaga sensazione di miseria creativa ed il sospetto che il grande Gilliam non riesca più a raccontare le fiabe che ha nel cuore.