Affresco di sangue e di passione
Vita, morte e misfatti della banda più feroce che la nostra storia recente conosca, quella della Magliana. Un nome che è simbolo di una romanità scellerata e criminale e, nel contempo, marchio d’infamia impresso su un periodo oscuro del nostro Paese. A dispetto del nome, le gesta di questa organizzazione criminale andarono ben oltre i confini del quartiere romano con la quale la si battezzò, ramificarono nelle maglie ambigue della politica, ordirono insieme alla mafia trame di violenza e si fecero strada a colpi di pistola e di coltello, lasciandosi dietro una scia di sangue lunga 15 anni, tra il ’77 e il ’92.
Attingendo dal bellissimo romanzo di De Cataldo, Placido – affidandosi a due sceneggiatori di grande mestiere come Rulli e Petraglia – realizza, in questo caso, un film “altro” da rendere qualsiasi confronto con il libro, inutile e ozioso. Qui, nel film appunto, ci troviamo in un territorio differente, quello denso e corposo del racconto per immagini che comprime e condensa la storia nello spazio-tempo della durata cinematografica e che concentra, in 150 minuti, la sanguinaria avventura di un gruppo di ragazzi che divennero uomini disegnando una macabra parabola dalla strada da cui provenivano fino alla vetta del crimine dalla quale poi precipitarono.
Gli anni dell’ascesa della banda sono quelli bui di una parte della nostra Storia che si affaccia dai filmati sgranati di repertorio e si mescola con la nitidezza della fiction, non solo per farsi memoria ma per tenere a galla con forza episodi sconvolgenti (il caso Moro, la strage di Bologna…) e salvarli dal rischio di annegamento in un’amnesia politica e di coscienza collettiva. L’impresa non era facile ed è riuscita solo in parte.
Straordinaria è la coralità della rappresentazione e vigorosa la volontà di raccontare il fortissimo legame tra i componenti della banda, quel senso d’amiciza di primitiva purezza fatto di codici non scritti ma inviolabili, come un tribale, indissolubile patto di sangue. Il Libano, il Freddo, il Dandi, il Nero, con i loro nomi da romanzo d’amore e di sangue, sono solo alcuni dei personaggi che spiccano in quest’affresco criminale di una variegata moltitudine, fatta di uomini e di donne spesso spezzati in due dalla doppiezza dell’inganno o dalla furiosa lotta tra la violenza congenita ed un residuo di purezza.
Kim Rossi Stuart e Pierfrancesco Favino (eccellenti) brillano di luce propria e sono del film i pilastri di sostegno di un impianto narrativo che rischia, a tratti, di cedere al didascalico e rinunciare al rigore che la materia trattata imporrebbe. I personaggi, dai principali a quelli di contorno, sono tratteggiati con notevole intensità e, nel caso dei protagonisti, non si teme di andare più a fondo, per scoprire almeno ciò che resta di umano oltre la scorza dura del criminale.
Tuttavia, nella forza corale del racconto, si individuano i punti deboli come il commissario Scialoja interpretato da un Accorsi privo di smalto e le due figure femminili: sottotono la Trinca (la donna “pulita” del Freddo) e mero orpello di bellezza la Mouglalis, prostituta dai sogni infranti la cui eccessiva eleganza e il doppiaggio italiano ne fanno addirittura una creatura “estranea” al contesto.
Nel complesso Romanzo criminale è un film interessante, il cui fascino di storia d’amore e di morte resta il suo pregio più grande. Gli intrighi oscuri che circondarono le imprese e i rapporti della banda rimangono invece una cornice un po’ troppo sfumata, in bilico tra più che evidenti riferimenti e l’ambiguità del non detto. Non voleva magari essere un film politico, né rivelare intenti ideologici ma allora ci chiediamo perché vengono in mente certe domande. Placido si trova tra le mani una materia rovente e ha paura di scottarsi. Valeva la pena rischiare di più ed afferrarla. Senza mettersi i guanti.