Tratto dalla serie animata creata negli anni ’70 da Tatsuo Yoshida, che in Italia ebbe qualche passaggio in alcune televisioni private col nome di Kyashan - Il ragazzo androide, questo Casshern, per conservarne il titolo originale, è un’opera di tale fascino e di tale presunzione da diventare esemplare e meritare quindi di essere conosciuta. Ciò nonostante la visione del film ha scatenato diverse polemiche anche tra gli appassionati del genere, che si sono divisi nettamente in adoratori e detrattori di questo originale esperimento visivo e para-filosofico.
Kazuaki Kiriya, già fotografo di moda e regista di video musicali (con particolare attenzione a quelli della moglie, la superstar nipponica Utada Hikaru che canta la canzone di chiusura del film) è infatti riuscito a fondere in questo suo esordio la poetica dell’anime originale con un immaginario già anche cinematografico che spazia dalle città di Metropolis (1926) e Blade Runner (1982) agli effetti, disegnati o esibiti, dei connazionali Akira (1988) e Tetsuo (1989): il tutto, come se non bastasse, è realizzato proiettando i personaggi, e gli attori che li interpretano, in un’animazione bidimensionale che mischia gli stili e le tecniche, dalla stop motion alla computer grafica di ultima generazione.
È sostanzialmente impossibile raccontare per iscritto il pastiche visivo del film, che per fortuna è visibile in questi giorni nelle nostre sale, ma è forse il caso di aggiungere qualche nota riguardo i suoi contenuti, soprattutto per gli spettatori meno avvezzi a questo genere di pellicole. Basta comunque aver presente il Frankestein or the modern Prometheus scritto da Mary Shelley nel 1817 perché la complicata trama del film diventi decisamente leggibile anche per noi occidentali.
Il fatto è che un’opera come Casshern, e come molto cinema giapponese, non si accontenta di raccontare un caso singolo ma allarga lo sguardo su esperimenti e conflitti che coinvolgerebbero tutta l’umanità, in modo immancabilmente distruttivo. Per forma e pretese filosofiche il film si rivela difatti una vera summa di quel proficuo filone del cinema orientale, ma non solo, che viene per lo più definito “cyberpunk”, un approccio pieno di simboli e archetipi ormai codificati che si rivolge però con sempre nuovo vigore all’analisi della società contemporanea.
Come di consueto, sono infatti numerosissimi gli elementi di Casshern che rimandano in chiave più o meno metaforica alle maggiori paure dell’uomo contemporaneo, sentite acutamente dalla cultura giapponese dell’ultimo secolo, compresi i totalitarismi, le derive tecnologiche ed eugenetiche, la morte violenta e quello che può venirle dopo. Tra questi soggetti, e prima causa di morte fra tutti, vi è quello della guerra e dell’incapacità degli uomini a rinunciarvi per fare il bene o il male, riflessione che si carica di senso ad ogni nuovo conflitto armato e crisi internazionale.
A tale proposito Kyashan ricorre in pieno alla tradizione ecologico-animista giapponese che si risolve nel finale in una soluzione quasi mistica in cui ciclicamente tutto può iniziare da capo su di un nuovo pianeta, forse con l’uomo, forse senza. Nelle oltre due ore di film precedenti si era infatti assistito a un’escalation cruenta da cui nascevano nuove specie mutanti e androidi di esseri umani, e nella quale alcuni spiriti attraversavano la scena indisturbati e all’apparenza non troppo diversi da quando i loro personaggi erano ancora vivi, un’atra cosa da tenere a mente per chi voglia andare al cinema ed entrare in questo futuro fantascientifico che assomiglia tanto al nostro.