Paranoia show sulla confusa e distorta identità americana, immaginata dalla prosa lisergica ed allucinata nella fantascienza in prospettiva di Philip Dick, A Scanner Darkly, in sovrascrittura digitale, scaccia i ricordi degli sbadigli suscitati dai filosofi cerebrali e geometrici di Waking Life, ed è un viaggio dentro l’estensione nell’impossibilità di discernere tra sembiante e reale e la distanza assoluta tra esistenza e rielaborazione personale nella logica delle sensazioni.
Spacciato e contraffatto nella struttura come thriller claustrofobico, il film, lettura fedele e rigorosa del romanzo, non esaspera lo stordimento personale di personaggi afflitti dalle visioni, ma come in Requiem for a Dream analizza la dipendenza assoluta di simboli e sembianze, nell’impotenza di trovare l’uscita dai labirinti della mente, restando in tacita soggezione, quasi in ginocchio, senza mai azzardare interpretazioni soggettive, né cercare altre dimensioni o sarcastiche redenzioni.
Bob, poliziotto specialista, in un futuro prossimo, delle missioni in incognito, è incaricato di indagare sulla diffusione della sostanza “D”, protetto da un ologramma che modifica incessantemente il suo aspetto, e di spiare i suoi amici sospettati di essere terroristi; ma l’incarico diventa un disturbante percorso nella ricerca di certezze indecifrabili. Impregnato di consapevole malinconia e di amaro umorismo, A Scanner Darkly, è in eterna mutazione, nell’incessante duplicazione del quotidiano in un gioco senza rivincita, costruito sulle illusioni e sulle delusioni, sull’intimo pessimismo della natura istintiva dell’amore, sull’incapacità di conoscere e decodificare segni ed azioni.
Dentro un mondo governato e condannato dal consumo di droghe sintetiche, scandito da epidemie delatorie sull’esercizio politico e sociale ed il controllo di ogni decisione attraverso il sospetto terroristico, che mira al controllo assoluto delle volontà e dei consumi, con l’uso della paura e del dubbio, e della diffidenza, il regista imbocca la strada monomaniaca, disturbata e scettica delle profetiche intuizioni dello scrittore, sprofondato nell’impossibile annullamento della morte, e nella cancellazione personale di esperienze e ribellioni.
Con una vocazione ad interrogativi problematici, connessi all’incapacità di interpretare distintamente una idea morale sulle cose del mondo, Linklater, riproduce l’artificio, la fuga da sé, registrando incubi e fantasie, entrando nei corridoi tenebrosi del nulla, restando stordito dalla disarmonia delle parole, dall’inutilità delle ricerche intorno alle impressioni ed alle conoscenze della verità. Nella riproduzione artificiosa di ogni elemento, A Scanner Darkly, presentato nella sezione “Un certain regard” a Cannes 2006, insieme all’inutile e datata lezione didattica, in concorso, Fast Food Nation firmato dallo stesso autore, sullo sfruttamento a danno dei messicani nel sistema industriale che trita e metabolizza scorie e rifiuti umani ed animali per rivenderli, lucrando, come prodotto principale, è il marchio e la metafora critica di un Paese assuefatto e rassegnato al controllo di pensieri ed azioni, governato dai “rapporti di minoranza”, e dall’isolamento di teorie censorie e pericolose.
Con un cinema sempre più suburbano e logorroico, per anime distratte e caotiche, disturbate dai difetti di circuiti di riferimento e dalla schizofrenia psichedelica del reale, Linklater, nella personale rivisitazione di generi e linguaggi, resta frenato dall’approccio razionale ma riesce a riprodurre ciò che resta delle emozioni di un’umanità confortata dal ritmo ipnotico del rock&roll, imprigionata dalla scansione del tempo, senza la speranza salvifica di un messaggio e di una spiritualità illuminata.