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Titolo originale Candy
Regia Neil Armfield
Sceneggiatura Neil Armfield, Luke Davies
Interpreti Heath Ledger, Geoffrey Rush, Abbie Cornish, Tom Budge
Durata 110 min.
Montaggio Dany Cooper
Musiche Paul Charlier
Scenografia Richard Dehne
Fotografia Garry Phillips
Paese, Anno Australia 2005
Produzione Margaret Fink, Emile Sherman
Distribuzione Nexo

  La Trama
 La giovane Candy, ragazza di estrazione borghese dal futuro assicurato, si innamora del classico bello senza il becco di un quattrino, Danny. Nonostante le preoccupazioni della famiglia i due si uniscono sempre di più entrando quasi senza colpo ferire nella dipendenza dall’eroina. Dal Paradiso all’inferno, i due ragazzi conoscono il furto, la prostituzione, la truffa, ogni strategia per mantenere in vita il binario maledetto droga e amore. Quando sopraggiunge tra i due un bambino iniziano a palesarsi i problemi, venendo entrambi di colpo posti di fronte ai problemi di una maturità da cui fino ad allora avevano tentato in ogni modo di fuggire.
  Extra
 Sponsor
 
  Recensione

Tratto da un racconto di Luke Davies, autore anche della sceneggiatura insieme al regista Neil Armfield, Candy è una variante in salsa australiana del film di formazione con discesa agli inferi annessa ed inevitabilmente connessa. Due ragazzi accerchiati dall’amore e dalla dipendenza dall’eroina, incastrati in un rapporto a due escludente il contatto con l’altro, finanche la premurosa famiglia di lei, su cui svetta il preoccupato papà interpretato da Geoffrey Rush.

I due vivono ogni emozione in simbiosi, cercano di prolungare quell’incanto oltre qualsiasi barriera temporale connessa alla durata dell’effetto stupefacente e dopo qualche mese ed i sopraggiunti problemi di sopravvivenza anche del sentimento, in evidente stress da ipertensione. Il tracciato della dannazione per droga, così sfruttato al cinema, specie negli anni settanta (basti pensare a Panico a Needle Park di Jerry Schatzberg del ’71), poggia gran parte delle sue possibilità di riuscita sulle prestazioni attoriali, a cui viene richiesta adesione incondizionata ai processi di decomponimento del proprio status sociale, e sulla capacità della macchina da presa di offrire uno scorcio generazional-epocale, documentare una svolta, commisurarne i passaggi obbligati e tragici.

Dobbiamo dire che su entrambi i fronti il regista non riesce a trovare un approccio originale alla materia, approfondendo poco il contesto ambientale di una Sidney che dovrebbe essere livida nei sobborghi e lercia negli interni, mentre risulta troppo leccata e perbene persino per due ragazzi borghesi. Ma anche lasciando in balia di sé stessi i due attori protagonisti, Heath Ledger troppo libero di fare lo “sballato” senza soluzioni di continuità, salvo poi inventarsi di punto in bianco una astuta truffa per trovare la roba, ma anche la giovane Abbie Cornish, troppo esile per poter reggere l’urto della dissoluzione del sé, della prostituzione continuata ed infine della gravidanza osteggiata dall’enclave familiare.

Insomma per corpi che vanno incontro scientemente alla propria autodistruzione risulta alla fine abbastanza curioso che questo non intacchi se non la mera superficie dei propri visini lindi ed accattivanti di giovani promesse dello star system hollywoodiano, sempre in cerca di nuovi volti under trenta da lanciare sui set delle nuove commedie più o meno socialmente impegnate. Presentato all’ultima edizione della Berlinale senza troppi sussulti da parte dei cronisti, il film non riesce, proprio a causa della propria fattura compiuta e compita ad aprire squarci di verità, a coinvolgere lo spettatore, rimanendo sostanzialmente una troppo levigata variazione sul tema del poema amoroso.

  03/12/2006
   
 
 
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