Tratto da un racconto di Luke Davies, autore anche della sceneggiatura insieme al regista Neil Armfield, Candy è una variante in salsa australiana del film di formazione con discesa agli inferi annessa ed inevitabilmente connessa. Due ragazzi accerchiati dall’amore e dalla dipendenza dall’eroina, incastrati in un rapporto a due escludente il contatto con l’altro, finanche la premurosa famiglia di lei, su cui svetta il preoccupato papà interpretato da Geoffrey Rush.
I due vivono ogni emozione in simbiosi, cercano di prolungare quell’incanto oltre qualsiasi barriera temporale connessa alla durata dell’effetto stupefacente e dopo qualche mese ed i sopraggiunti problemi di sopravvivenza anche del sentimento, in evidente stress da ipertensione. Il tracciato della dannazione per droga, così sfruttato al cinema, specie negli anni settanta (basti pensare a Panico a Needle Park di Jerry Schatzberg del ’71), poggia gran parte delle sue possibilità di riuscita sulle prestazioni attoriali, a cui viene richiesta adesione incondizionata ai processi di decomponimento del proprio status sociale, e sulla capacità della macchina da presa di offrire uno scorcio generazional-epocale, documentare una svolta, commisurarne i passaggi obbligati e tragici.
Dobbiamo dire che su entrambi i fronti il regista non riesce a trovare un approccio originale alla materia, approfondendo poco il contesto ambientale di una Sidney che dovrebbe essere livida nei sobborghi e lercia negli interni, mentre risulta troppo leccata e perbene persino per due ragazzi borghesi. Ma anche lasciando in balia di sé stessi i due attori protagonisti, Heath Ledger troppo libero di fare lo “sballato” senza soluzioni di continuità, salvo poi inventarsi di punto in bianco una astuta truffa per trovare la roba, ma anche la giovane Abbie Cornish, troppo esile per poter reggere l’urto della dissoluzione del sé, della prostituzione continuata ed infine della gravidanza osteggiata dall’enclave familiare.
Insomma per corpi che vanno incontro scientemente alla propria autodistruzione risulta alla fine abbastanza curioso che questo non intacchi se non la mera superficie dei propri visini lindi ed accattivanti di giovani promesse dello star system hollywoodiano, sempre in cerca di nuovi volti under trenta da lanciare sui set delle nuove commedie più o meno socialmente impegnate. Presentato all’ultima edizione della Berlinale senza troppi sussulti da parte dei cronisti, il film non riesce, proprio a causa della propria fattura compiuta e compita ad aprire squarci di verità, a coinvolgere lo spettatore, rimanendo sostanzialmente una troppo levigata variazione sul tema del poema amoroso.