Realizzare un film su Diego Armando Maratona, uno dei pochi veri grandi miti del calcio moderno, può rivelarsi presto come un’impresa improba, una ripidissima montagna da scalare in cui spesso ci si trova di fronte ad un bivio fatale: fermarsi sulle gesta sportive irripetute oppure scivolare nelle tante peripezie che hanno costellato la sua vita privata. Dall’amore tormentato con Claudia Villafanes, conosciuta ai primi abbagli della notorietà, alla dipendenza dalla cocaina, ai deliri di onnipotenza, all’incapacità di sottrarre il proprio ego, in cerca di continue rivalse da un’infanzia di stenti e umiliazioni, allo scontro con i grandi potentati che sovrintendono il calcio mondiale e da cui alla fine verrà annientato.
Già un regista geniale come Emir Kusturica da qualche anno imbattutosi in questa figura ha sperimentato la difficoltà di racchiudere in una narrazione coerente un personaggio forse troppo grande per rientrare in una durata “normale”. Marco Risi invece in dieci settimane di lavorazione tra Buenos Aires e Napoli è riuscito a licenziare un film di finzione in cui sceglie di perseguire pressoché solo la seconda strada, raccontando attraverso un lungo lavoro di documentazione il lato privato ed ancor più oscuro di questo sfuggente personaggio.
Ne è uscita fuori una biografia autorizzata all’ultimo minuto del Pibe de oro in cui non sono i celebri gol ed i dribbling da antologia i protagonisti del film, ma le interminabili e sovrabbondanti sniffate di cocaina, le nottate in postriboli malfamati in compagnia del manager sodale Guillermo Coppola, ed infine i rientri a casa in cui la dolce Claudia si trovava ogni volta a dover raccogliere i pezzi di uno sperpero di sé troppo repentino.
Ma in questo modo si finisce per oscurare le ragioni della grandezza e della notorietà del personaggio, riducendolo, a chi troppo giovane e non appassionato di calcio, ad un coatto di periferia incapace di liberarsi dalla droga e dai vizi. Scegliendo di mostrare soltanto il maledetto e non anche il genio si è finiti per dimenticare le ragioni per cui si è scelto di fare un film, perdendosi per strada molti pezzi importanti, le stagioni a Napoli, il mondiale in Messico (risolto solo in qualche gol mentre fu la sua rinascita dopo un lungo infortunio). Claudia dopo la squalifica del ’91 lo consola dicendogli che gli hanno fatto pagare quanto successo ai mondiali di Italia ’90, ma non se ne dà mostra lasciando uno snodo cruciale appeso in aria. Il film però ha anche momenti interessanti e personaggi ben sviluppati, su tutti Claudia, l’angelo di un focolaio arroventato notte e dì dal misterioso fuoco di un genio purtroppo qui rimasto vacante.