Esperimento prevedibile in salsa horror
Se fosse sufficiente conoscere la storia del cinema e rielaborare dei cult-movie per girare un buon film, l’arte del cinematografo sarebbe la più facile del mondo. Quando poi si effettua un cocktail di vari remake, la questione diventa un po’ delicata, poiché il gioco registico si consuma in un citazionismo fin troppo prevedibile e culturalmente senza senso.
REC di Jaume Balaguerò e Paco Plaza è un miscuglio, neanche tanto mascherato, de La Notte dei morti viventi di George A. Romero e del Cronenberg primo periodo. L’ambientazione è sapientemente lugubre ma prevedibile in maniera imbarazzante: un condomino ampio e vagamente misterioso. Il problema è che dopo pochi minuti dall’inizio, lo spettatore (cinephile) sa già perfettamente dove il film andrà a parare. Tale questione elimina di fatto l’effetto tensione per spostare tutto sull’orrore della situazione e su aspetti splatter per giunta poco sanguinolenti.
Appare chiaro come l’intenzione di Balaguerò e Plaza non fosse in realtà quella di ripercorrere alcuni punti fermi del cinema horror, quanto piuttosto, in mancanza di idee contenutistiche valide, quella di usufruire di schemi narrativi validi su cui impiantare un discorso linguistico molto preciso. Il fatto è che REC è costruito visivamente attraverso la soggettiva di un cameraman di una tv che riprende gli eventi. Lo sguardo del cameraman dunque combacia con quello dei registi e si proietta sugli occhi del fruitore in un ridondante raddoppiamento il cui scopo profondo ci sfugge. La macchina da presa si muove in maniera convulsa, la fotografia è sgranatissima, la narrazione concitata, la suspence nulla.
REC più che un’opera cinematografica compiuta sembra un dignitoso e a tratti divertente esperimento/saggio di due giovani cineasti dotati di senso del ritmo. Un po’ poco per la mostra del cinema di Venezia.