La documentarista Alina Marazzi, alla sua terza fatica torna a parlare di donne e questa volta lo fa in maniera molto più diretta, scegliendo di confrontarsi con l’esperienza del femminismo italiano dalla fine degli anni Sessanta fino al ’77. Frutto di una preparazione documentale e di un lavoro di équipe in cui ha preso parte anche la scrittrice Silvia Balestra in qualità di supervisore dei testi, il film è onesto e restituisce chiaramente quella specificità delle rivendicazioni sociali delle donne per cui privato e pubblico si intersecano e si parte dal proprio corpo per sviluppare una riflessione politica.
Il documentario segue a grandi linee il dipanarsi storico delle lotte per il diritto al divorzio, all’aborto e ad una maternità libera attraverso l’uso di documenti originali. Il racconto è intessuto attraverso esempi di televisione d’epoca, documentari quali Anna e Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Alberto Grifi e altri filmati di repertorio che la regista ha reperito negli archivi di mezza Italia. A ciò, si aggiunge un interessante uso dell’animazione sia per scopi ludico-estetici che come vero e proprio contributo alla lettura dei documenti come nel caso del fotoromanzo con una giovane Paola Pitagora protagonista in cui una coppia riesce a vivere serenamente il proprio amore solo dopo che lei decide di prendere la pillola.
Alina Marazzi si serve poi di tre diari di giovani donne ritrovati presso l’Archivio Diaristico Nazionale Pieve di Santo Stefano e ne fa leggere degli stralci emblematici ad Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti di cui sentiamo solo le voci. Ascoltiamo così il racconto autentico di un aborto, le testimonianze di chi con il sesso ha avuto un rapporto combattuto, seguiamo il maturare di una ribellione verso un’educazione repressiva che può implicare risvolti sessuofobici e conosciamo il punto di vista autobiografico sulla nascita dei primi collettivi femministi.
A differenza del precedente Per sempre in cui il mezzo documentario veniva usato in modo lineare e descrittivo, qui Alina Marazzi combina narrazione storica e intima proponendo insieme immagini chiaramente riconducibili a materiale d’inchiesta e altre quasi astratte, senza didascalie e quindi destabilizzanti nel caso di un documentario, proprio come accadeva nel suo primo Un’ora sola ti vorrei. Frammenti d’epoca ed immagini forse nate ad hoc a volte si confondono e si intersecano con i brani letti come se parole e filmati fossero stati concepiti insieme dalla stessa persona.
Benché non sia privo di fascino, Vogliamo anche le rose ha però il limite di riproporre storie e momenti storici già visti richiamando un po’ l’esercizio di stile e facendo pensare che sia stato concepito o per un pubblico giovane o per cavalcare un po’ l’ondata di rinnovato interesse per le rivendicazioni femminili alla quale crediamo si debba rispondere, però, non solo rivolgendo lo sguardo verso ciò che è stato bensì verso il molto che può ancora essere fatto ma questo non è che un auspicio per i futuri lavori della regista.