Essendo un film d’archivio sulla storia della classe operaia in Italia nel Dopoguerra, c’è un vuoto che colpisce, nel film di Francesca Comencini: quello tra il grande sciopero di 35 giorni alla Fiat nel 1980 e il 2007. Non è ovviamente solo colpa della regista: è infatti la figura dell’operaio ad essere tramontata come riferimento politico, scomparendo così anche dall'immaginario cinematografico e televisivo italiano.
Dopo che per decenni è stato idealizzato come cittadino del futuro, che è stato oggetto di ammirazione e lusinga, l’operaio non è più stato una priorità politica né mediatica. Solo da pochi anni, in coincidenza col più largo dibattito sul precariato, i media e il cinema sono tornati ad occuparsi seriamente del lavoro e dei lavoratori. In questo senso la scelta della regista, la “sorella seria” di Cristina come la definiscono alcuni, non è solo un'operazione nostalgica, coerente con una carriera passata di recente attraverso il toccante documentario Carlo Giuliani ragazzo (2002) e l’interessante Mobbing - Mi piace lavorare (2004), tra i pochissimi film italiani di finzione, insieme a Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, ad essersi concentrato al tema del lavoro e del suo effetto sulla vita delle persone.
Un tema che era presente anche nel recente, e meno riuscito, A casa nostra (2006) incentrato sul lavoro nero. In fabbrica raccoglie documenti fondamentali soprattutto per chi, non avendo vissuto gli anni dell’industrializzazione, riesce così a visualizzare gli elementi di un immaginario operaio ricco di suggestioni. Come la catena di montaggio, le tute blu, gli stabilimenti di Mirafiori o Rivalta e le manifestazioni sindacali, miti laici di una cattedrale abbandonata, quella del movimento operaio, che pure continua ad attirare attenzione e addirittura devozione.
Alcune immagini scuotono la coscienza anche quando trattano temi noti, come quelle dei lavoratori meridionali garbati e ben vestiti che dormono alla stazione di Torino perché nessuno vuole affittare loro un appartamento. O come quelle sul lavoro minorile o sui villaggi del sud Italia, svuotati di tutti gli uomini fattisi manodopera per le industrie settentrionali. Documenti toccanti che ricordano il passato contadino e proletario dell’Italia, così vicino nel tempo e così lontano nella memoria collettiva.
C’è però un’ambiguità di fondo nello stile di In fabbrica. Per molti versi è un documentario didattico, non a caso commissionato e prodotto dalla RAI, eppure molti elementi sembrano mostrare un’insofferenza dell’autore per questa sua dimensione. La voce off, la conseguente scelta di non spiegare l’origine delle immagini mostrate con didascalie, infine la scelta di aggiungere del materiale girato ex novo alla fine, sono altrettanti elementi che stonano con un’impostazione perlopiù lineare e appunto didattica.
In particolare l’ultima sequenza, girata dalla Comencini in una fabbrica modello oggi, è interessante per raccontare il cambiamento di prospettiva degli operai italiani ma è un documento obiettivamente troppo parziale per spiegare tutta la complessità degli ultimi 20 anni e che stona con l’andamento fin lì tenuto dal film. Il risultato è quindi un prodotto ibrido: per metà collage di documenti d’epoca e per metà documentario di creazione.
Forse occorreva essere meno ambiziosi, forse esserlo di più e tentare di comprendere quali persone e quali categorie corrispondono oggi alla classe operaia sviluppatasi nel dopoguerra. Ma si sconfina qui nell’infinito ambito dell’ipotetico, mentre In fabbrica resta soprattutto un lavoro sui documenti d’archivio e in quanto tale riesce, almeno in parte, nel suo obiettivo di raccontare quello che ha significato essere lavoratore d’industria nell’Italia degli ultimi 50 anni.