Se qualche inveterato cinefilo vi domandasse con un sorriso malizioso cosa pensate degli ultimi lavori di Takeshi Kitano, come “La porta della rimembranza”, “Lo chauffeur innamorato”o “Catrame e Rikidozan” (il quale per la cronaca è uno dei pionieri del wrestling giapponese) non fatevi prendere dal panico. Si tratta infatti di alcuni dei veri e finti progetti interrotti, veri e propri cortometraggi senza via uscita, che il regista accumula nel suo ultimo film per raccontare il proprio attuale e problematico rapporto con il cinema.
Data la natura autoreferenziale, frammentaria e a tratti respingente di questo Glory to the Filmaker! non è molto probabile che il film arrivi con successo nelle nostre sale, dal che si può arguire che il cinefilo di cui sopra è probabilmente un assiduo frequentatore di festival ed è sicuramente stato al Festival di Venezia di questo 2007 in cui cade il decennale della consacrazione internazionale di Kitano, Leone d’Oro 1996 con Hana-bi. Il suo ultimo lavoro sembra in effetti confezionato quasi ad hoc per la cornice festivaliera veneziana, come anche il Takeshis' (2005) di due anni fa, benché entrambi affondino le radici nel passato e nel presente televisivo del regista, vera icona del pubblico nipponico per i suoi programmi popolari quanto demenziali.
È proprio questo corto circuito tra autorialità decostruita e gag di stampo comico-televisivo ad essere difficile da digerire per lo spettatore occidentale che vorrebbe trovarsi, e a tratti si trova, dalle parti di 8 e ½, ma che vede il film sconfinare di continuo da quelle di Takeshi’s Castle, il titolo originale del nostrano “Mai dire Banzai!”, con rumorosa approvazione dei giapponesi presenti in sala a Venezia. Resta quindi da vedere cosa Kitano vorrà a fare in futuro: c’è ovviamente da sperare che la sua non sia una crisi senza ritorno, speranza che alcuni episodi di Glory to the Filmaker! tutto sommato legittimano.