Dalla provincia americana alla Londra covo di mafie ex- sovietiche, da History of Violence a Eastern Promises (questo il ben più evocativo titolo originale), il passo è breve ma significativo. L’ultimo film di David Cronenberg riparte esplicitamente dalla riflessione sulla violenza del film precedente, cambiandone l’ambientazione ma rivendicandone la continuità a partire dall’attore principale, uno straordinario Viggo Mortensen nel ruolo di un apprendista mafioso ambizioso e discreto.
History of Violence era soprattutto un apologo sull’ “ereditarietà del male” e sulla scoperta della violenza per chi ne era estraneo. Gli stessi temi ritornano nel nuovo film che sembra partire da un assunto preciso: la violenza è un universo che la maggior parte degli individui considera lontano e ripugnante e che pure esiste, quasi come valore fondante, per altri. La promessa dell’assassino racconta quindi quel che accade quando la gente comune si trova scaraventata in un mondo che su questa violenza è appunto edificato.
Presentandosi come un tipico gangster-movie di mafia, con tipi e caratteri del cinema criminale italo-americano (dal padrino-cuoco all’erede debosciato), il film situa l’azione in una Londra in pieno splendore economico ma anche teatro di traffici di droga, armi ed esseri umani. Una città nuovamente al cuore di un “Grande Gioco” alla Kipling le cui fila sono tenute da oligarchi e trafficanti ceceni, curdi e russi e dove sono evocati Afghanistan, KGB e Stati Uniti. Si affaccia così, nell’universo squisitamente apolitico del regista, anche un lampo sul mondo post- guerra fredda. Non è un caso che lo sceneggiatore sia Steve Knight, già autore dell’ “analogamente londinese” Dirty Little Things di Stephen Frears.
La capitale britannica e i suoi luoghi oscuri sono così un’ambientazione perfetta su cui innestare una riflessione sull’invisibilità della violenza, morbo silenzioso che striscia accanto alla gente ordinaria, pronta ad assalirla e ad impossessarsi della loro vita. “E’colpa di Londra se mio figlio si è perso per strada” afferma infatti amaramente il grande capo Semyon. Ma se di vero gangster-movie si tratta, non traggano in inganno la pulizia formale e l’apparente linearità della vicenda. Se la trama non è mai stata così importante per un film di Cronenberg, non significa che vengano meno contenuti e finalità nascoste dei film precedenti.
Come è stato già detto, dallo splatter degli esordi (Rabid, Il demone sotto la pelle etc.) all’algida perfezione stilistica dei recenti film, sembrano passare anni luce di cura estetica ma i temi trattati sono per buona parte gli stessi, grazie anche a una serie di collaboratori straordinariamente immutata da 20 anni (il montatore Rod Sanders è con lui addirittura dal 1981). Se lo si legge sul lungo periodo, il percorso del regista è sorprendentemente coerente e persino lineare, nella progressiva rarefazione dello stile giunto, già dai tempi di Spider, a una quasi- perfezione formale che ben si adatta alla progressiva interiorizzazione dei temi affrontati da parte dei suoi personaggi. La violenza e la contaminazione non sono più esterni, ma perlopiù interiori e anche il tema delle interpolazioni tra corpo e macchina caro al regista è qui ripreso in chiave più umana: il corpo umano è sì un organismo vivente ma anche una macchina al contempo fragile e letale, modificabile e portatrice di segni, come dimostrano gli enormi tatuaggi e poi le ferite sul corpo del protagonista.
Quasi a voler zittire i teorici dell’“imborghesimento” del regista, il film inizia con due scene degne degli esordi gore: lo sgozzamento da parte di un barbiere curdo e l’ingresso in ospedale di una 14enne coperta di sangue che muore partorendo un bambino, in onore al binomio vita-morte che da sempre ossessiona l’autore. Altri lampi fanno brillare gli occhi dei fan del Cronenberg prima maniera: il taglio delle dita di un cadavere con cesoie da giardiniere, un secondo sgozzamento e soprattutto il combattimento in sauna in cui Nikolai uccide all’arma bianca due ceceni. Thriller atipico anche se con numerosi cliché di genere, il film riserva anche momenti di vera tensione, narrativa nel finale e soprattutto psicologica, in particolare nel rapporto tra Nikolai e Kirill.
Rispetto al passato Cronenberg è inoltre sempre più un eccellente direttore di attori: qui utilizza molti interpreti europei di origine e generazioni diverse in cui spiccano i due grandi vecchi Armin Mueller-Stahl e Jerzy Skolimowski ma soprattutto un Vincent Cassel (che già recitava il ruolo di un russo in Birthday Girl), perfetto nel ruolo del rampollo mafioso psicopatico e sbandato. Incapace di prendere le redini della famiglia (topos dei film di mafia), su di lui aleggia l’ombra di una morbosa omosessualità repressa cui fa da contraltare un’esibizione di virilità quasi oscena.
Volutamente inespressivo e algido, uno straordinario Viggo Mortensen serve con dedizione totale il personaggio e diventa così il primo attore dai tempi di Jeremy Irons (M. Butterfly e Inseparabili), ad essersi guadagnato la doppia chiamata di un autore abituato a cambiare costantemente i propri attori. Naomi Watts è invece una protagonista quasi lynchiana (la sua biondezza evoca Laura Dern in Inland Empire) sorta di folle ingenua che si ficca nei pasticci, si fa travolgere da dinamiche più grandi di lei ma che però alla fine, quasi inconsapevolmente, risolve tutte le situazioni: sarà lei a provocare il ravvedimento di Nikolai e a incastrare il padrino Semyon. Tra film di genere e discesa negli inferi della violenza e della doppiezza umana, l’ennesima conferma di un talento forse senza pari nel panorama nord-americano odierno.