Spesso affermiamo di sentirci ormai alienati da ogni sentimento di umana compassione nei confronti delle vittime di guerra e terrorismo che vediamo impietosamente filmate o fotografate dai mezzi di comunicazione di massa. Ma quando nell’aprile del 2004 la CBS iniziò a diffondere le immagini relative alle ignobili torture che avvennero nel carcere di Abu Ghraib ad opera di alcuni soldati statunitensi, nessuno poté dirsi insensibile.
Quelle fotografie dicevano qualcosa di più e di completamente diverso rispetto a quanto già visto prima. Il film di Errol Morris sceglie di raccontarci il contesto in cui nacquero quelle immagini, le ragioni che spinsero a mettere in scena situazioni da incubo e a fissarle attraverso delle fotografie.
Nato dopo due anni di sforzi per richiedere le autorizzazioni e il consenso necessari, il regista è riuscito a intervistare i soldati che torturarono i prigionieri e le cui facce sorridenti costellano quegli scatti. Mancano all’appello solo Charles Graner e Ivan Frederick i quali ad oggi scontano le pene più severe, rispettivamente di dieci e di otto anni di carcere, e che non sono stati autorizzati a rilasciare interviste.
Il primo documentario in concorso alla Berlinale da cinquantotto anni a questa parte, è un prodotto di altissima qualità visiva, costruito attorno alle testimonianze dettagliate dei soldati Javal Davis, Ken Davis, Tony Diaz, Tim Dugan, Lynndie England, Jeffery Frost, Megan Ambuhl Graner, Sabrina Harman e del generale Janice Karpinski.
Il regista premio Oscar per Fog of War (2004), ha definito questo suo ultimo lavoro un “non-fiction horror movie” che lavora con lo “stesso materiale di cui sono fatti gli incubi”. E infatti, come se quelle voci e quei volti non bastassero a farci comprendere, vi si aggiungono inserti di ricostruzioni della prigione e dell’atmosfera che vi si respirava oltre che brani tratti dalle lettere che Sabrina Harman scriveva del carcere alla moglie lontana.
Il tutto senza però l’ausilio di alcuna voce over così da evitare di offrire allo spettatore alcun tipo di interpretazione.
Sebbene originale dal punto formale, questa tecnica finisce per trasmettere una lettura non interamente condivisibile della vicenda. Gli intervistati, infatti, si raccontano come vittime e denunciano un sistema politico e militare che sarebbe il solo, vero colpevole della vicenda. Ma questo ragionamento vale solo fino ad un certo punto e si ferma laddove certe pratiche di tortura dimostrano del libero impiego sui prigionieri del proprio personale sadismo.
Benché non in modo approfondito, dalle interviste si capisce comunque che oltre alla dinamica imitativa in senso verticale (dei servizi segreti da parte dei soldati), un ruolo cruciale è stato giocato dalla dinamica orizzontale interna al gruppo dei soldati.
Secondo gli intervistati, le torture venivano in gran parte ideate da Graner e Frederick e il resto del gruppo non faceva che adeguarsi. Questo tentativo degli intervistati di sollevarsi da ogni accusa rende la vicenda ancora più odiosa e la loro testimonianza a tratti insopportabile come quando Lynddie England ripete quanto ebbe a raccontare ai giornali e cioè di aver fatto di tutto per compiacere Graner di cui era “innamorata”.
Per questo, purtroppo, l’assenza dei due principali imputati nella vicenda costituisce una mancanza che sarebbe un giorno interessante poter colmare.