Girando in digitale con relativa povertà di mezzi, Amos Gitai porta sullo schermo il romanzo autobiografico di Jérome Clément, attuale presidente del gruppo televisivo Arte France che racconta il processo di ricostruzione delle vicende familiari legate al periodo dell’occupazione nazista in Francia. La storia si svolge interamente a Parigi a partire dal 1987 durante il processo a Klaus Barbie e mentre la radio trasmette le udienze dei testimoni, il protagonista raccoglie ossessivamente foto e documenti riguardanti i nonni materni, cioè il ramo ebreo della famiglia.
Durante questa ricerca che nel film dura fino ai giorni nostri, l’uomo riesce a restituire un senso storico a luoghi ed episodi che fino a quel momento avevano solo un significato affettivo. In particolare è attorno alla casa dei nonni paterni che Clément si pone le domande più urgenti riuscendo infine a scoprire una verità inquietante. I suoi sforzi sono resi ancora più ardui dalla madre, interpretata da una Jeanne Moreau svagata ma saggia, che rifiuta di raccontare le vicende che coinvolsero i suoi genitori.
Risulta comunque chiaro fin da subito che essi furono arrestati e deportati in campo di sterminio.
Il regista coglie così l’occasione di raccontare l’equilibrio variabile nelle epoche tra diritto al silenzio e dovere di parola nei confronti degli episodi più drammatici della storia e in particolare dalla Shoah. Al bisogno di silenzio che fu per molti la condizione indispensabile per riuscire a sopravvivere e ad affrontare il futuro postbellico, si oppone oggi il dovere dei giovani di conoscere e di trasmettere il sapere per poter affrontare il futuro.
Plus tard tu comprendras ci parla della fragilità della memoria la quale non viene trasmessa sempre e automaticamente di generazione in generazione e che anzi è storicamente costruita.
In particolare, il regista riflette sulla non sovrapponibilità tra la realtà di quello che accadde e il modo in cui lo ricordiamo, lo ricostruiamo e lo tramandiamo ai giorni nostri. A titolo di esempio, sono da notare due sequenze tra loro in successione: la prima in cui il mercante d’arte procede alla stima del patrimonio contenuto nella casa materna e la seconda in cui due membri della Commissione apposita discutono con Clément dell’ammontare dell’indennizzo che gli spetta in quanto erede di due deportati.
Se quel che è stato non può essere cancellato e se i soldi sono il mezzo ridicolo ma unico che abbiamo nell’immediato per compensare le vittime, ci rimangono ancora la memoria e la volontà di rispettarci tra esseri umani per dimostrare che abbiamo imparato qualcosa dalla storia.