Be Kind Rewind è il gentile invito e il nome di una piccola videoteca di Passaic (New Jersey), sopra la quale, come il proprietario racconta da decenni, è forse vissuto il leggendario jazzista Fats Waller, morto ormai da più di sessant’anni su di un treno che lo portava a Kansas City. Sono però giorni duri per il jazz, per il cinema e per il piccolo negozio di vhs, sempre meno frequentato, il cui stabile pericolante sarà presto abbattuto dal comune, a meno di un miracolo.
Be Kind Rewind è quindi anche un invito esplicito a guardarsi indietro, a non abbandonarsi alla trascuratezza dominante al giorno d’oggi una volta che finito il film non sembra ci sia più niente da fare.
È cosi appropriato ricorrere ancora una volta alla efficacia definitoria della triade di caratteri che l’antropologo Marc Augé ha assegnato al concetto di luogo: che dev’essere “storico, relazionale e identitario”, com’è stata e come potrebbe ancora essere la piccola videoteca di Passaic se i cittadini del luogo si dessero da fare per conservare il suo glorioso passato e dare nuovo senso al suo presente.
Insieme al proprietario, Mr. Fletcher, e a pochi clienti affezionati, solo il semi-disoccupato Mike e lo strambo Jerry, che vive a pochi metri da una centrale elettrica ed è un bel po’ “fulminato”, sembrano essere intenzionati a fare qualcosa, un qualcosa che consiste nel rimettere in scena la propria memoria collettiva e che ha a che fare tanto con l’improvvisazione e la jam session jazzistica quanto col cinema.
Tutto inizia con Gosthbuster e Rush Hours 2 e A spasso con Daisy, e si tratta insomma di rigirare da soli tutte le decine di film della videoteca cancellati in un sol colpo dal “magnetico” Jerry, un Jack Black che assomiglia come una goccia d’acqua al giovane Michael Moore, in versione squilibrata. Purtroppo è noto che pellicole e nastri, il cinema in quanto tale, hanno una vita piuttosto breve. E di nuova memoria c’è sempre bisogno, anche creativamente rielaborata.
Operazione che nel gergo americano viene definita “to swend”, “blobbarsi per redimersi” potrebbe dire il poeta e critico Tommaso Ottonieri.
Gondry avrebbe la fantasia e i mezzi per stupirci con ogni sorta di effetti speciali, ma non lo fa quasi mai, restando fedele al gioco del “fatto in casa” e del “basso profilo”: i protagonisti infatti girano tutto in vhs, non si sognano neppure di usare cellulari o di mettere i loro video su Internet (dove peraltro attualmente vi sono tutti, anzi, ce n’è anche alcuni non inseriti nel film), e la loro avventura è bella proprio per la sproporzione in senso amatoriale di quel che i due e i loro compagni d’avventura riescono a creare basandosi su alcuni dei più grandi blockbuster americani (la memoria collettiva di un’intera generazione), cosa gli studios di Hollywood non potranno tollerare…
Come in L’arte del sogno l’invito esplicito che viene dal film è quello di sognare e non da soli, ma col più alto numero di persone possibili. La comunità della cittadina di Passaic, che esiste realmente e che è bello pensare sia stata direttamente coinvolta nel film, si ritrova infatti quasi al completo grazie alla creatività di un paio di persone, considerate dai più come un po’ “spostati”. Ed è questo ritrovarsi il vero centro del film, al di là del destino, sia quel che sia comunque felice, della piccola videoteca “Be Kind Rewind”, e della memoria di un grande jazzista detto “Fats”…