Che siano i favolosi anni sessanta, i rivoluzionari settanta, i goderecci ottanta, poco importa. In questo Paese il cinema sembra affetto dalla “sindrome di Orfeo”: troppo forte la tentazione di voltarsi indietro. Francesco Patierno cambia tono e registro e dopo la bella prova drammatica di Pater familias approda alle affollate piagge del cinema “carino”, con una commedia tratta dal romanzo biografico del libro di Marco Baldini, inseparabile voce-spalla del mattatore Rosario Fiorello.
Il mattino ha l’oro in bocca è il classico romanzo di formazione di un giovane di belle speranze paracadutato dalla sorte nella giungla della metropoli. Francesco Patierno racconta con entusiasmo e un pizzico di nostalgia un’Italia anni Ottanta in cui si trovava ancora parcheggio, un’Italia con le cabine telefoniche (non esistono più, estirpate dai cellulari) e i telefoni della Sip, un’Italia con i giubbotti jeans, i socialisti al governo e Beppe Grillo che faceva ancora il comico.
Il film ha un andamento circolare e attacca con la cupa sequenza in cui Baldini viene costretto dai sicari dei suoi strozzini a scavarsi la fossa in uno squallido campo alle porte di Milano. A quel punto la voce narrante (la voce di una voce) ferma tutto per raccontare “come” diavolo sia potuto succedere. Ed ecco che con un brusco salto la narrazione inchioda e torna indietro, per ripercorrere la simpatica parabola dello speaker giocatore, dalla febbre del rock all’incontro carnale con una sala corse, dall’inaspettata convocazione a Radio Dee-Jay all’ascesa vertiginosa: locali, popolarità, soldi e debiti, tanti debiti.
Il gioco è una febbre e il peggio non è perdere, ma voler rifarsi. Patierno compie la scelta rischiosa: tenere i nomi originali dei protagonisti della storia e lasciarci credere che Elio Germano sia Marco Baldini (un toscano che parla romano), che Corrado Fortuna sia Fiorello, che Gerardo Amato sia Claudio Cecchetto… peccato che la notorietà televisiva di questi personaggi remi contro l’identificazione e metta un filtro alla credibilità.
Il film è ricco di trovate e di momenti riusciti, dalla presentazione di Fiorello - un animale che viene dai villaggi turistici, dorme con una coscia di pollo tra le cosce, le cuffie nelle orecchie e non si sveglia mai prima dell’una – alla commovente scena dell’arrivo del padre-redentore venuto a Milano per togliere il figlio dai guai. Patierno maneggia senza apprensione la materia-commedia e dirige un cast corale inedito e affiatato (sorprendente la prova di Dario Vergassola) ma purtroppo rinuncia a prendesi sul serio quando sarebbe il momento di osare.
Come ha dimostrato Radiofreccia, si può fare radio anche al cinema, ma la lezione non è stata raccolta e la ricostruzione (belli i costumi) del mondo fuori dalla cabina rimane poco più che un riverbero sul canale di trasmissione. Basta una biografia per fare un film? Nemmeno quella di Malcom X o di Napoleone ce la farebbero da sole, senza un’idea di cinema in cui tradurre la vita.