Candidato all’Oscar (vinto dalla superproduzione Ratatouille) e presentato in concorso al Festival di Cannes dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, Persepolis non è un qualsiasi film animato così come i quattro fantastici volumi a fumetti (2000-2002) da cui è tratto non sono delle semplici strisce. Lo spettatore e il lettore devono infatti ringraziare Marjane Satrapi per la semplicità e l’intensità con le quali ha raccontato (disegnato a mano per un totale di 130 mila immagini, e animato con l’aiuto di Vincent Paronnaud) la storia della sua infanzia e adolescenza in balia del mutevole e sempre difficile contesto politico iraniano.
Pur con qualche rievocazione dei tempi mitici della Persia, la vicenda principia nella Teheran del 1978 e prosegue in bianco e nero per evidenziarne meglio luci e ombre, benché il racconto si dipani dalla memoria della protagonista che ora vive in un presente a colori. Ma non per questo è detto che l’Iran di oggi e lei stessa stiano meglio ora che trent’anni fa. Ed è proprio la storia dell’escalation di un fondamentalismo ideologico e religioso che Persepolis ricostruisce senza dietrologie ma con molto umorismo e altrettanta amarezza per le sorti del proprio paese.
Nel 1978 Marji era una giovane fan di Bruce Lee, che non usciva di casa senza le sue Adidas sportive e si diceva già comunista (tanto da sognare un dio con il volto di Marx) come nella sua famiglia si conviene da diverse generazioni. Il che non li farà mai andare d’accordo né con Mossadeq né con lo Scià né con Khomeini e la Repubblica Islamica “eletta” nel 1979 con un improbabile 99% dei voti.
Per tutti gli anni ’80, Marji cresce passando da un genere musicale a un altro come un’adolescente occidentale, solo che la vediamo procacciarsi nastri di heavy metal agli angoli delle strade mentre le prime effusioni amorose, l’alcool e le feste devono restare nascosti agli occhi indiscreti e dei “guardiani dalla rivoluzione” che già certo cinema iraniano (uno per tutti Oro rosso di Jafar Panahi) è riuscito a raccontarci nonostante la censura del governo di Teheran.
Mandata a studiare all’estero, Marji si ritrova al liceo francese di Vienna mentre in patria si scatena la guerra con l’Irak di Saddam Hussein assettato di petrolio, che durerà di fatto dal 1980 al 1988. La ragazza non riesce a integrarsi con i giovani occidentali né con la sua affittacamere austriaca, e finisce a vivere per strada dopo la sua prima delusione amorosa e dopo aver superato il Punk: suo ultimo rifugio, dopo un breve ritorno in patria e un altro insuccesso sentimentale, Parigi.
Toccante e commovente, come le storie di vere lacrime e di vera memoria dall’esilio di una famiglia e di un paese tormentato, il film è anche molto ben realizzato e bello da vedere per come costruisce una folla di personaggi e le città di tre diverse nazioni con pochi tratti stilizzati che ricordano il carboncino o le sagome ritagliate, bidimensionali. Azzeccatissimo inoltre il doppiaggio francese con dive del calibro di Catherine Deneuve, Danièle Darrieux e Chiara Mastroianni, ma non è male quello italiano con le voci di Paola Cortellesi, Sergio Castellitto e Licia Maglietta.
Da non perdere il personaggio della vivacissima nonna di Marji, simbolo di un Iran che un tempo fu moderno e che poi…