Cosa vi aspettate da Grande, grosso e… Verdone? Esattamente ciò che è: un aggiornamento, non sempre riuscito, delle tre maschere che hanno fatto la fortuna del comico romano: il timidone imbranato, il saccente ipocrita ed il supercoatto volgarone. Il problema è che la realtà ha superato la fantasia e Verdone fatica a plasmare le proprie maschere sull’orrore (vero) dei nostri tempi. In decisa ripresa rispetto al pessimo Gallo Cedrone, Verdone riprende le sue caratterizzazioni preferite, dimostrandosi una volta di più ottimo comico e mediocre regista e realizzando un (troppo)lungometraggio dalla prevedibile meccanica.
Tre episodi completamente separati tra loro, ordinati secondo la vis comica di ognuno: dal più "moscio" al più "tonico". Una scelta facilina rivelatrice della solita sciatteria del cinema comico di casa nostra che si limita ad accumulare una serie di sketch, più o meno riusciti, senza alcuna pretesa narrativa. Male il primo episodio, affossato da alcune scelte suicide come il doppiaggio dei figli realizzato dallo stesso regista che fa le vocette, la presenza della cabarettara Geppi Cucciari, assolutamente inadatta al grande schermo, l’eccessiva caratterizzazione di tutti i personaggi, elementi che rendono il racconto puerile ed a tratti fastidioso.
Sempre ottimo, invece, l’insopportabile professor Cagnato, clone alto-borghese del maniacale Furio, ricco e colto, ma ripugnante per mentalità, volgare per carattere, spaventoso per arroganza e viscidume. Grande Anna Maria Torniai nei panni dell’anziana governante, pessimi, invece, i giovani interpreti dei fidanzatini infelici, davvero incapaci di reggere un’inquadratura di più di due secondi.
Ma è nel terzo episodio che Verdone si gioca tutto, affiancato da una strepitosa Gerini, bonazza che tutti vorrebbero nel letto, ma che nessuno avrebbe il coraggio di presentare a mammà. La ricchezza ottenuta con i telefonini, il feticismo delle merci, la dipendenza da immagini, foto, video, come se l’esistenza avesse bisogno di essere continuamente verificata, provata, mostrata, le nike d’oro e la psp, il telefonino "uoterprùf" e la tracolla da uomo, emblemi della moderna volgarità, sintomo oramai che la differenza di classe che non è più tra ricchi e poveri, ma tra civiltà e mostruosità.
La citazione dell’episodio di Sordi in vacanza in Sardegna con la moglie "buzzicona" è evidente, ma quell’ingenuità è scomparsa da tempo e rimane soltanto l’amarezza, unico autentico colpo d’ala del film, nello scoprire che la volgarità non è più soltanto quella, plateale, della famiglia borgatara, ma è più insidiosa, a stento nascosta da eleganti vesti di lino bianco o dalle sfavillanti luci del nostro spettacolino televisivo.