Ci sono diversi modi per affrontare il cinema mitico-avventuroso sull’alba dell’uomo: quello alla John Milius di Conan, tutto estetico e rarefatto, apoteosi di una sorta di perfezione tra l’umano e il divino, ipostatizzata nella muscolatura anni ottanta di mister Olympia, nonché governator Schwarzy, o quello, molto più recente, di Gibson (Apocalypto), permeato sempre da una cultura destrorsa della purezza basata sulla fatica e la competizione fisica, ma in una veste molto più terrena, e fondata proprio sul rapporto tra una natura reale e un’altra ideale, che funge da grande madre ma anche da minaccia e oscurità.
O ancora quello di carattere antropologico-sociale e decisamente più originale, dell’Annaud di La guerra del Fuoco, dove il tentativo è quello di affrancarsi da una visione mitica, per immergersi proprio nella mutazione tra natura e cultura che in qualche modo ha generato quella strana specie che è l’umano.
Di fronte a queste possibili scelte, Emmerich, come è tipico del suo cinema (si pensi a Indipendence Day o Godzilla) fa un patchwork in cui mette dentro tutto (a partire da molte citazioni del film che lo ha reso noto: Stargate), senza una precisa scelta estetica, lasciando agire da soli effetti speciali accurati e di tutto rispetto (ottime le panoramiche e i piani lunghissimi, che mostrano un mondo digitale in continuo fermento, con accuratissimi rendering sui mammut: il 90% del budget è sicuramente finito negli effetti, dato che il cast è misero misero), costruiti per farcire una trametta semplice semplice, da fumetto scontato sul tema, con il risultato di un film che tiene soltanto nelle scene d’azione, e nelle panoramiche sulla fauna variopinta, annoiando per il resto del tempo.
Peccato, Emmerich fa decisamente un passo indietro rispetto a The Day after Tomorrow (il suo miglior file: dove il top degli sfx dell’epoca s’abbracciava a un plot carico di suspense e di belle idee scenografico-registiche).
L’insalata di Emmerich non è solo un montaggio di stili e frammenti di film originali, ma mette insieme anche gli uccellacci carnivori che abitavano il pianeta uno o due milioni di anni fa insieme a creature decisamente più contemporanee all’uomo primitivo, come i mammut e la tigre dai denti a sciabola, per non dire del mixing tra tribù selvagge e civiltà proto-egizie affette da gigantismo espansionistico.
Ok, fa tutto spettacolo, ma si perde quella minima coerenza che colloca l’uomo in un adeguato rapporto con la natura e gli altri popoli con lui lottava e condivideva. Oltre che con gli dei, la magia e la fede, che qui sono trattati molto superficialmente. Un risultato inferiore ad Apocalypto , il film di Gibson dell’anno scorso (attento invece a ricostruire in dimensione mitica, il rapporto tra mondo semplice e mondo civilizzato, sia locale sia straniero) che Emmerich, imita molto pedissequamente in molte circostanze, a partire dalla storia.