Il regista Luc Jacquet, premio Oscar per La marcia dei pinguini, riporta sul grande schermo la poesia della natura, trasformando la macchina da presa in sguardo genuino attraverso cui scrutare realtà affascinanti come il mondo animale. La dialettica uomo-natura viene resa attraverso il tenero testa a testa fra “la volpe e la bambina” del titolo, due cuccioli che rischiano di smarrirsi in habitat diversi, a cui non possono inevitabilmente appartenere.
Se, da una parte, per la novella Pippi Calzelunghe (una straordinaria Bertille Noel-Bruneau, esordiente di cui sentiremo ancora parlare) l’iniziazione ad una vita condivisa nel mondo naturale diventa, gradualmente, possibile, dall’altra l’accesso al mondo umano, per l’elegante volpe Titou, è costrizione violenta, drastico risveglio, claustrofobica trappola del non ritorno. La voce di Ambra Angiolini, dolce e calda quanto basta, accompagna il racconto di un’avventura di formazione, integrata da musiche soavi e ambientata nelle sapienti scenografie di Marc Thiebault.
Applausi per il direttore della fotografia, Gérard Simon, capace come pochi di catturare luci e ombre di quel prisma variopinto che è la natura selvaggia e incontaminata (per gran parte, il nostro Parco Nazionale d’Abruzzo). Toni da elegia bucolica si mescolano a sequenze degne del miglior thriller, mentre gli inseguimenti richiamano avvincenti action-movie, nel proporre una spietata caccia alla volpe che si fa denuncia silente ai cacciatori senza volto.
Jacquet mantiene una dose di realismo, malgrado i voli pindarici nella magia dell’incontaminato: al di là del rapporto che faticosamente costruiscono Bertille e Titou, fra uomini e animali è guerra aperta. Trappole, tane chiuse e catture si alternano a minacce di lupi, orsi, aquile, serpenti e belve notturne poco rassicuranti. Ottima anche la sceneggiatura, i cui monologhi restituiscono la figura della protagonista proprio come una bambina (cosa rara, ultimamente, sul grande schermo), pronta a parlare con i “vecchi nonni” (gli alberi) e con “il vecchio brontolone” (l’orso), senza disdegnare rametti-flauto costruiti sul momento.
Un’opera che, nei suoi toni favolistici, sprona ad un senso di condivisione con l’altro che non cada mai nel rischio di assimilazione/addomesticamento, né nella violenza di una conciliazione obbligata. Se il segreto per un’armonia autentica sta nel rispetto dei limiti, l’errore più grave che si possa fare è, come il film insegna, confondere “amare e possedere”.