Emozioni di carta
Se il protagonista di Vero come la finzione, girato proprio da Marc Forster, si fosse trovato in questo film forse si sarebbe sentito ancora più prigioniero di quel paradosso tra arte e vita con il quale si era trovato a fare i conti nei panni di un personaggio ignaro che il suo destino fosse scritto – letteralmente – da una romanziera. Ne Il cacciatore di aquiloni, infatti, concorrono una serie di elementi che se, sulla carta, potevano far sperare in un prodotto almeno dignitoso, nella realtà si mescolano in una miscela alquanto disarmonica.
Ci sono infatti: un regista di mestiere come Forster che ha dato prova di fiabesca leggiadria in Neverland (ma ha girato anche una “bufala” da Oscar come Monster's Ball), uno sceneggiatore come David Benioff che ha firmato la storia dura e bellissima de La 25a ora adattando per lo schermo il suo omonimo romanzo (ma ha al suo attivo la sceneggiatura di quell’orribile giocattolone hollywoodiano che fu Troy) e Khaled Hosseini, scrittore spuntato dal nulla e diventato con Il cacciatore di aquiloni, grazie soprattuto ad un globale sostegno mediatico, un fenomeno editoriale.
Da tutto ciò il film di Forster ne esce come un mero “prodotto” cinematografico nell’accezione più commerciale del termine. Sulla scorta del grande successo del libro, Il cacciatore di aquiloni si prepara a soddisfare la voglia di tenerezza di tutti quei lettori che si sono sciolti di commozione di fronte alla storia di due ragazzini cresciuti, negli anni Settanta, tra le strade polverose e i ricchi palazzi di Kabul.
Il ricco e il povero, il fortunato e l’afflitto, la menzogna e la verità… il libro di Hosseini si snoda, nell’arco di oltre trenta anni, attraverso una serie di prevedibili dicotomie che se sulla pagina hanno il pregio, se così si può dire, di essere dissimulate dall’accavallarsi degli eventi narrati, al cinema si rivelano in tutta la loro ridondanza poiché messe a nudo dall’adattamento cinematografico che ne ha ridotto, per amor di brevità, i loro corollari.
In una Kabul ricostruita nella Cina occidentale, Forter racconta l’amicizia - in verità impari - tra due ragazzini appartenenti ad etnie diverse: Amir, il ricco pashtun, e Hassan, piccolo servitore azara. Il primo è viziato e codardo, il secondo puro d’animo e pronto a sacrificarsi per l’amico. Come nel testo, anche qui i personaggi sono tagliati con l’accetta: caratteri prevedibili, dialoghi scontati e la tragedia (annunciata) è ad un passo dall’ovvio.
Nella prima parte dell’infanzia in Afghanistan, pur lasciandosi tentare dalla ricattatoria commozione suscitata dall’innocente Hassan, Forster sembra essere più coinvolto nella vicenda, nella seconda, invece, abbandona completamente la camera a se stessa, la lascia vagare senza pathos, né anima come un aquilone impazzito e finisce per impantanarsi nella noia caracollando, frettolosamente, verso un epilogo di trita retorica.
L’espiazione cercata e raggiunta ha l’imbarazzante colore di un brillante rattoppo su un tessuto sbiadito e provato dal tempo, come una soluzione fin troppo facile per un dilemma esistenziale che meritava – nel libro e nel film – ben altra attenzione, ben altra cura. Non basta dare una spruzzata di violenza su una storia per farne un dramma, né servirsi dell’innocenza dei bambini per raccontare l’atrocità subita da un popolo come fosse una favola che fa piangere.
Questa non è letteratura. Questa è la finzione, appunto. Vera come un calcolo, concreta come il suo risultato. Un film è anche questo. Un bel film è ben altro…