Romantic-Thriller che attinge un po’ da Déjà Vu di Tony Scott (ma con un ritmo più fiacco e con meno idee visive) e Ricomincio da capo di Harold Ramis (ma con meno originalità e intenzioni completamente diverse), ma è basato su un racconto di Philip Dick (The Golden Man), prosciugato all’essenza, e privato di mutanti, visioni, mondi post-apocalittici, deliri (come la pelle d’oro del protagonista), motivi politici e lisergici vari... in pratica ridotto a una confezione liofilizzata, che non sa più di niente, o perlomeno di poco.
Il film cerca di giocare la carta dei salti temporali, non nella forma della commedia fantastica, ma in quella del thriller e della fascinazione d’amore, sfruttando perciò le infinite possibilità di seguire una direzione e una soluzione, fino a incrociare quella che avverrà realmente. Privato del carattere politico-fantascientifico del racconto, il motivo non viene però ricondotto a qualche nuova tecnologia (come faceva Tony Scott in Déjà Vu, che rendeva in qualche modo più intrigante l’intreccio), o a qualche strana convergenza cosmica (come ad es. in Frequency) o ancora a tutto un universo di situazioni paranormali (come in The Mothman Profecy) o trattate come immaginario fantastico della cultura popolare (Unbreakable), ma riprende la più classica delle idee: la preveggenza, come un dato di fatto, e ripercorrendo tutta una tradizione che il cinema ha sfruttato numerose volte nel secolo scorso (un titolo per tutti: Avvenne domani di René Clair), collegato spesso alla magia e alla morte (e a tutto il lessico della comunicazione tra i vivi e i morti).
Il regista, per fare un prodotto che cerca forse di accontentare tutti, parte dal tema della conoscenza del futuro, inserendolo un po’ troppo gratuitamente, e decontestualizzandolo troppo rispetto alla memoria narrativa sul tema, o risolvendolo in una serie di scene d’azione (tipo la capacità di schivare le pallottole) e di fugace road-movie nella natura (il film è ambientato in buona parte sul Canyon), quasi da trametta di fiction con poche pretese.
Lee Tamahori, attivo da quasi un decennio negli Stati Uniti, con film come Nella morsa del ragno o l’ultimo 007 con Pierce Brosnam, questa volta è un po’ sottotono: il film cerca qualche volta delle venature nostalgiche (marcate anche da una fotografia con toni ocra e tristi), e prova a trasferire nella peculiarità del personaggio una difficoltà a vivere in mezzo alla gente comune, aspetti questi che costituiscono un po’ il carattere stilistico del regista, ma tutto sommato il film, seppur dotato di precisione e di un certo ritmo, rimane abbastanza insipido.
Nicholas Cage ritocca, in chiave positiva, il personaggio malato che scappava da Las Vegas nel film di Mike Figgis di una decina di anni fa (Via da Las Vegas), accompagnato da una Elisabeth Sue, materna come la Jessica Biel di oggi, ma un tantino più morbosa e intrigante. Prova non particolarmente assoluta quella di Julianne Moore. Infine cammeo inutile del vecchio Peter Falk.