Dopo essere uscito senza troppo successo negli Usa e in Francia ormai sette mesi fa, arriva infine anche in Italia questo Shoot’em Up, accompagnato da un discreto battage pubblicitario condotto con piglio dalla nostrana star da esportazione Monica Bellucci. Ed è notizia di ieri, attesa da chi aveva già visto il film, che la pellicola sta uscendo nelle nostre sale col divieto ai minori di 14 anni. Il “thriller rock’n roll” - come ha imparato a definirlo la protagonista nella promozione italiana - non trascura infatti il sesso, anzi. E c’è da essere sicuri che la commissione censoria ha deliberato in tal senso per le poche scene quasi-hard del film, e non certo per la caterva di morti violente che si affastellano un minuto dopo l’altro e che non sembrano turbare più nessuno.
Tra le righe di Shoot’em Up è sì chiaramente leggibile una certa critica alla violenza e alla società dei profitti ad ogni costo, ma il tono sovraeccitato della pellicola e un finale non tanto riuscito quanto a idee, a parere di chi scrive, rendono il tutto meno incisivo di quel che avrebbe potuto essere. Tra i difensori del genere c’è chi sostiene che il gioco al massacro che il film mette in scena è così eccessivo da non poter essere preso sul serio o criticato.
Sarà, ma pur avendo tutti giocato a contare la tipologia delle ferite mortali e il numero di morti ammazzati in ogni scena dei film di John Woo di quindici o venti anni fa ci era inevitabile poi commuoverci per il pathos che quelle pellicole riuscivano a comunicarci.
Perciò, quando l’autore e regista afferma di essersi ispirato per questo film proprio ad Hardboiled di Woo, ci sembra giusto far notare come nello spettacolo di Spara o muori non ci sia nulla di autenticamente drammatico: si sa fin dal principio che se anche “il buono” non è poi così buono, a morire saranno solo “i cattivi” e tutti gli altri alla fine vivranno più o meno felici e contenti: e allora, dagli al cattivo.
La vena più umana della vicenda è affidata al neonato che ne è la causa scatenante, ma che viene per lo più sballottato qua e là come un fagotto inanimato, e al personaggio della prostituta “Donna Quintano” detta DQ ma conosciuta soprattutto come “Caffè della Mamma”, per l’instancabile attività delle sue mammelle, ebbene sì, con cui fanno colazione e merenda clienti di ogni età.
Basti aggiungere a questo il fatto che le sue battute (per lo più improperi) nella lingua di Dante siano diventate napoletano nell’improbabile doppiaggio italiano e si avrà una buona prova della cifra cartoonesca del film. Tutti i personaggi sono sfacciatamente macchietistici e tra la prostituta Bellucci e il “Mr Smith” bello e assassino c’è da scoprire una volta per tutte il talento sottile e lampante di Paul Giamatti, alias “Hertz”, cioè il cattivo della porta accanto, l’uomo d’affari che lavora per un uomo d’affari i cui affari sono armi di ogni specie o all’occorrenza sperimentazioni genetiche.
Questo personaggio e il realismo dell’ambientazione in scorci urbani degradati di Toronto e Montreal sono forse gli elementi meno scontati del film, che ci dicono qualcosa sugli spettri dell’americano medio, al di là dei suoi sogni erotici movimentati da piogge di pallottole.