Da molti anni a questa parte non facciamo altro che lamentarci della pochezza generale del cinema italiano. Spesso, tale atteggiamento è giustificato dalla reale produzione nazionale; eppure bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere quando questo discorso deve essere momentaneamente messo da parte. Gomorra, di Matteo Garrone, è un capolavoro, quasi. Utilizziamo ancora l’avverbio quasi per scrupolo, poiché vogliamo avere tempo per studiare a fondo il film, per metabolizzarlo, per viverlo con la giusta coscienza. La prima visione è stata, però, per noi veramente sconvolgente. Abbiamo avuto l’impressione di vedere il lavoro di un autore che ha saputo strutturare nel tempo il suo mondo espressivo, per giungere all’opera della sua vita. Garrone illumina di nuovo con forza quella zona creativa del cinema italiano che era stata molto vitale con Francesco Rosi ed Elio Petri, ma lo fa percorrendo strade personali.
Il suo modo di inquadrare è unico. Lo stesso Garrone oltre a essere regista del film è anche operatore alla macchina. Dunque, come nella più significativa tradizione delle arti visive contemporanee, il regista romano usa la macchina da presa come una protesi del suo occhio. Ogni inquadratura di Gomorra è il suo/nostro sguardo puntato sulla realtà. Tutto è stretto, instabile, fluttuante, angosciosamente mobile. Quelle di Gomorra sono inquadrature senza speranza, dunque vere, atroci; sono inquadrature che raccontano oltre la violenza e il degrado (nonché il fallimento di un intero progetto sociale) anche il senso penoso della paura individuale e l’infinita meschinità degli esseri umani. Gomorra si apre e si chiude con due sequenze disperate e speculari. Due sentenze di morte applicate dalla camorra ora con freddezza e precisione, ora con furbizia e cinismo. All’interno di questa terribile tenaglia narrativa si sviluppano cinque storie rivelatrici di una condizione che appare molto più diffusa di quanto possa sembrare. Garrone, portando il suo sguardo nel quartiere napoletano di Scampia evidenzia senza mezzi termini la presenza vincente dell’AntiStato, di quella parte di popolazione che vive in una dimensione alternativa di regole, giustizia e relative sentenze.
In questo contesto, per i giovani non rimane altro che adeguarsi, in primo luogo per sopravvivere, poi per emergere dall’anonimato, possibilmente a suon di omicidi. Come già detto, Garrone utilizza uno stile personale, edificato nel tempo. Ciò che colpisce delle sue immagini è quella sorta di cortocircuito linguistico-comunicativo attraverso il quale viene chiaramente espressa una devastante disperazione esistenziale. Tutto è raffigurato con estrema semplicità, ma proprio questa semplicità veicola una forza straordinaria, che permette allo spettatore di essere quasi protagonista fisico, e non solo mentale, degli avvenimenti che scorrono davanti ai suoi occhi. A ciò si aggiunge una fotografia dai colori desaturati e una grana dell’immagine fortemente impastata, ruvida, che determina nello sguardo del fruitore una sensazione di feroce realismo. Fantastici tutti gli interpreti: i professionisti come Toni Servillo, ma anche i giovani presi dalla strada.
Non ci soffermeremo a parlare anche del romanzo di Saviano, poiché il film di Garrone ha una sua precisa identità e una sua autonomia artistica e creativa. Ciò che invece vogliamo affermare con chiarezza è l’importanza di questo lungometraggio nell’ambito della realtà italiana. Il romanzo di Saviano ha già aperto una breccia impensabile in una società impaurita e abituata a far finta di niente. Il libro di Saviano all’inizio del 2008 aveva superato il milione e duecentomila copie vendute. Ora, il film di Garrone è uscito in Italia con oltre quattrocento copie. Ciò provocherà un’ulteriore diffusione di questo impietoso e terrificante affresco di violenza e follia anche tra la popolazione connivente con la criminalità organizzata. Questo è un fattore importante, poiché nel film di Garrone non c’è alcuna retorica relativa al mondo delinquenziale. C’è solo la rappresentazione della sporcizia, dell’ottusità, dell’ignoranza, della bestialità. Nessuno si potrà identificare con gli squallidi personaggi del film, come invece potrebbe avvenire con i lavori sulla mafia di Martin Scorsese. Non c’è dimensione epica in chi uccide con un sotterfugio una donna inerme, non c’è eroismo in chi avvelena senza scrupoli la propria gente. Tutto è cupo, triste, fetente, laido, vomitevole. La nostra speranza, infine, è che la giuria del Festival di Cannes, presieduta da Sean Penn, si accorga della grandezza di questo film.